Month: August 2007

  • Per aprire tutti i cancelli.

    – Ciao.
    – Ciao!
    – Oddìo, vieni qui, stringimi forte, mi sei mancato da morire!
    – Anche tu, maledizione…
    – Beh, che mi dici?
    – Partiamo!
    – Eh?
    – Partiamo, ho detto!
    – In che senso?
    – Nel senso che adesso vai a casa un attimo, prepari la valigia, ti cambi, e ce ne andiamo.
    – Ma dove? Per quanti giorni? No dài, mi stai prendendo in giro…
    – No, macché, partiamo davvero, ho la valigia nel portabagagli! E comunque non importa dove e per quanto… noi partiamo, dove ci va di andare andiamo, quando ci va di fermarci ci fermiamo, quando ci finiscono i soldi torniamo. Non ti preoccupare, ho pensato a tutto!
    – No scusa, ma pensato a cosa se non sai neanche dove andare?
    – Oh, insomma, quante storie: ti fidi?
    – Ma se ci siamo conosciuti tre giorni fa!
    – Sì, ma non c’entra… io mi fido di te, per esempio, e so che non rifiuterai!
    – Invece dovrò deluderti, io non posso partire!
    – Voglio farti vedere una cosa prima.
    – Cosa?
    – Devo portarti prima in un posto.
    – Sì ma non partiamo eh?
    – Sì, ho capito, non ti porto a Bombay, è ad un paio di chilometri da qui.
    – Ah ok.

    Je ne veux pas travailler,
    je ne veux pas déjeuner,
    je veux seulement l’oublier,
    et puis je fume.

    Je ne suis pas fière de ça
    vie qui veut me tuer,
    c’est magnifique être sympathique,
    mais je ne le connais jamais.

    (Pink Martini, Sympathique)

    – Sai chi era questo?
    – Tuo nonno.
    – No, era un vecchietto che conobbi anni fa per caso.
    – E come l’hai conosciuto?
    – Per caso, ti ho detto.
    – Vabbè, qualche dettaglio magari…
    – Lascia stare. Comunque: tutti dicono che si è suicidato per la morte della moglie. Ma io parlai con lui qualche giorno prima, e mi disse la verità: era insopportabile il fatto che fosse costretto all’immobilità. Ha passato tutta la sua vita viaggiando, in qualsiasi modo, anche solo per qualche giorno. Mi diceva di viaggiare, viaggiare sempre, perché era il solo modo per capire davvero ciò che c’è fuori, e per poter poi vedere la realtà che vivi con occhi sempre diversi. Ma soprattutto aveva un bisogno viscerale di viaggiare, lo faceva ogni volta che voleva distaccarsi un po’ da una realtà che gli stava stretta. Paradossalmente si rilassava da morire nell’affannarsi a gironzolare qua e là per posti sconosciuti e fermarsi ad ammirare dettagli che per chiunque altro sarebbero parsi insignificanti.
    – E tu quindi vorresti partire per rilassarti?
    – Bah, anche. Voglio dire, ci son tante cose che possono farti rilassare… non so, una sigaretta, una canna, una bottiglia di rum, una sega, leggere un libro, ascoltare musica, pogare ad un concerto, e per i più raffinati torturare cani o lanciare sassi dal cavalcavia. Ma partire, senza meta, scappare chissà dove e poi tornare, è una sorta di eremitaggio leggero che a volte diventa davvero impagabile. Ma a me serve più che altro per riempire la mia testa di qualcosa di fresco, nuovo, diverso. Non è questione di dimenticare, si tratta proprio di sovrastare un cumulo di cadaveri con un monumento sublime.
    – Capisco.

    – Allora?
    – Allora resto qui.
    – Ah. Sei sicura?
    – Sicura.
    – Perché?
    – Perché io sto bene. Non ho bisogno di scappare.
    – Non è scapp…
    – Neanche di sovrastare.
    – Lo spero per te, di cuore. Addio allora.
    – Arrivederci.

  • Going underground.

    Costruisci pure il tuo bel castello di sabbia.

    Non sarà la marea a portarlo via.
    Sarà la pallonata dello zaurdo di turno.

    ‹ Gli déi se ne vanno,
    gli arrabbiati restano! ›

  • Fore de capu!

    Terapia.
    Okay baby.

    Non darà alcun significato alla tua vita, ma ti dice cosa ti succederà. Allora: ci sono tre cose importanti nella vita. Sono i fattori che motivano qualsiasi cosa tu faccia, per qualsiasi cosa chiunque faccia. Il primo è la sopravvivenza, il secondo l’ordine sociale e il terzo il divertimento. Tutto, nella vita, procede in quest’ordine.

    (Linus Torvalds, Rivoluzionario per caso, Garzanti 2002)

    [ Ma nella mia testa era tutt’altro.
    Qualcosa che fa più o meno.
    In primo luogo la soddisfazione individuale.
    Successivamente il riconoscimento da un prossimo.
    Infine il riconoscimento da parte di un nucleo sociale.
    C’è chi parte dalla fine.
    Io partivo dal centro.
    E il problema forse era tutto lì. ]

    Continuavo a mordermi le labbra gonfie.

    Mentre.

    Mentre si parlava di Coffee&Cigarettes bevendo caffè rovente e succhiando avidamente le ultime Camel Natural Flavour. Mentre guardavo lo sguardo contrito da crisi del ’29 e ti interrogavo sadicamente sulla Valle d’Itria. Mentre sorridevo a quegli occhioni fumosi. Mentre rifuggivo la luce diretta come un vampiro (e sarà per quello che mi si voleva uccidere piantandomi canini d’avorio nel petto). Mentre mi chiedevo se era il caso di continuare ad abusare dell’ospitalità del Carrefour. Mentre il mod mi spingeva a rubare un’altra Lucky Strike ma restava solo un altro zibibbo da bere a goccia. Mentre urlavo con tutta la mia forza contro Don Callisto, con gli occhi lucidi di gioia dai riflessi rosa shocking. Mentre cercavo di togliere il sonno dagli occhi, ma come fai se prima ci son strati e strati di sabbia da scavar via?

    [ Abbraccia la mia acquiescenza. Sì.
    Stringi forte, forte. Forte ti prego.
    Dopo, questo velo,
    in giusta giustapposizione,
    potrà anche volar via. ]

    Mentre.

    Continuavo a mordermi le labbra gonfie.
    Cercando di succhiare ciò che restava.
    Di ricordi su ricordi su ricordi e ricordi ancora.
    Ricordi?

    E quanto potrà dar fastidio ad un rom sentirsi dire di nazionalità probabilmente rumena così apolidi e a volte lo sono anch’io quando mi fermo al confine ma dopotutto non mi sento paralizzato e faccio un piccolo passo in avanti torno indietro e poi ne rifaccio uno un po’ più lungo roba da sfigati ma è tutto così soave e dietro la o di soave c’è tutto un altro amorfo fiume di parole che forse non verrà mai fuori o forse è già scivolato via.

    What better place than here,
    what better time than now?

    (Rage Against The Machine, Guerrilla Radio)

    In sostanza non so se ero lì.
    Anzi: non so se stavo lì.
    Però la prossima volta ci penso io, porto il gatto a nove code!

  • Estemporanea I.

                                  Me too!
           òó/    èé          @@  *INPUT*
         T.||    .().G        _|_
    _______db_____db_________(OOO)_________

    L’ultimo ad di non so quale marca di omogeneizzati presenta un bambino che gattona smaliziato sui prati.

    All’improvviso si erge in piedi e, forte del vigoroso potenziale fornitogli dalla poltiglia di carne, prende in mano un martello e, insieme ad altri bambini-black-bloc altrettanto martellodotati, si lancia correndo alla carica, urlando felice e ancor più smaliziato, contro una vetrina immaginaria.

    In realtà questa massa di pseudohippie non sa che, dietro la telecamera e l’appena accennato sottofondo di Datemi un martello (sic), li aspetta la celere per provvedere quanto prima al [re]inserimento nella «grande catena di montaggio sociale nella quale lavoro da anni».

    Non più smaliziati, dunque, meriteranno un caloroso e compassionevole buon viaggio.

  • Take 5, leave 4. Get 3dom in2 1 of ur litt’l worlds.

    5.

    Dev’esserci qualcosa di cabalistico nella mia preferenza verso il 2.
    Perché 2 dev’essere necessariamente il numero perfetto.
    Ovviamente facendo seguire a ruota il 4.
    Figlia bastarda, nata per partenogenesi,
    da un 2+2,
    poi da un 2*2,
    e poi anche da un 2^2.

    E quel quadretto formato da quei quattro era effettivamente perfetto. Era un’armonia costante e imperturbabile. Era una brodaglia di sensazioni esaltanti e di serenità che ho tentato di trascinare e trascinare, con tutte le mie forze, anche quando sapevo che sarebbe evaporata in non più di… non so… 4 mesi.

    Perché 2/2 non fa 4.
    E non fa neanche 2.
    Fa 1.

    E sarà forse questo il pensiero che ticchetta costante fra le sinapsi, quando riconosco l’asfalto e l’ultimo granello di sabbia, quando le luci scompaiono nello specchietto in frantumi, quando sento i pedali sotto il palmo dei piedi nudi, quando inganno l’attesa ascoltando De Andre’, quando tento di sprizzare elettricità in un barattolo di vetro, quando vorrei fermarmi e scavalcare di nuovo quel muretto.

    Quando ti sforzi di non credere più,
    ma dopo qualche minuto il vento,
    fortissimo,
    picchietta ancora una volta.

    4.

    Fresca pioggia…
    Pioggia? Acquazzone!
    Turbine, maremoto, tempesta!
    Di cui vorrei sentirmi pregno, una volta ancora.

    3.

    Passeranno anni, ed anni ancora, e ancora altri, ma ci sarà ancora un cricetino in testa che si ostinerà a far capolino dalla sua tana, lanciarsi di corsa sulla sua ruota preferita, e girare impazzito fino allo stremo delle sue forze.

    Passeranno anni, ed anni ancora, e ancora altri, ma continuerò a sorridere anche quando il sorriso tutt’intorno sarà spento e svogliato.

    Passeranno anni, ed anni ancora, e ancora altri, ma vorrò ancora tirare ad indovinare il risultato del tuo incessante far scorrere inchiostro in lettere chilometriche, in taccuini presto sgualciti, in bigliettini stropicciati.

    2.

    Non finirà.

    1.

    Loneliestnumber.

  • Inaltreparole.

    Scivola lenta la notte d’estate,
    notte distratta, notte d’altrieri,
    in terra d’Alice il passato scrimpare,
    in cielo cobalto il presente mirare.

    Scivola piano la pioggia d’estate,
    pioggia d’oriente, pioggia di ieri,
    di fuochi e certezze, di fiere altere,
    di spirito e bene, di tatto e di vene.

    Scivola dolce la mente in estate,
    rotola, densa, impetuosa e distante,
    in piccole dosi cristalli di miele,
    si sciolgono presto in pioggia da bere.