Ant #2: Vera.

Vorrei una casa sul mare. Lontana da tutti. Vorrei solo il suono delle onde, il fruscio dell’erba, i gabbiani. Sono troppo stanca e troppo sola per andare. E ho troppa paura di questo posto per restare. La sera non dormo. La settimana scorsa sono entrati in casa mentre dormivo. Zingari, di sicuro. Ogni volta che sento un rumore mi affaccio alla finestra, o alla porta, con un coltello più pesante della mia mano. Se qualcuno mi attaccherà, non mi servirà a niente.

Lui.
Penso a lui e piango.
Lui mi faceva sentire al sicuro.
Ora sono in balìa delle onde.

Ant #1: Mino.

Vecchiadimmerda. Ogni volta che torno a casa sta sempre lì, sul pianerottolo, porta socchiusa. Mi scruta. Scruta tutti, è vero, ma a me sembra che guardi in particolare proprio me. Si è innamorata di me, la stronza.

Scommetto che è stata lei a uccidermi il gatto.
Mino mi manca tanto.

Nihil a me alienum puto.

Quando avrò 7 anni,
farò il giro del mondo,
avrò imparato tutto,
metterò la crema antirughe,
comprerò il SUV,
mi scoperò una 50enne,
avrò tre lauree,
e nessun lavoro.

Smetterò di fumare,
ché avrò così tanti soldi,
che comprerò solo robebbuone,
e le butterò dopo tre giorni,
ché poi puzzano,
come gli ospiti,
butterò pure quelli,
ché tanto la ggente non serve.

Ma soprattutto,
(soprattutto),
non morirò
mai.

Random Linux Geekery, issue 1: Migrating from Transmission to Transmission-Daemon on XBMCbuntu.

After using XBMC on top of an Ubuntu installation for a while, I’ve decided to rather reinstall everything using XBMCbuntu. As the name suggests, it’s basically the same thing, with the difference that this distribution is aimed at using XBMC as the only application on X session (= no GNOME on background), and strips off many packages that you’re most likely not going to use in a media center.

XBMC is indeed autonomous enough, and has pretty much everything you need from a media center, as well as some extras even. One of these is a very nice add-on that controls a running instance of Transmission remotely via RPC. The problem is that it’s not easy to get Transmission running locally. My solution is to use transmission-daemon, which is running on background with a very little consumption of memory.

I assume you know what Transmission is, but in short: it’s a very nice BitTorrent client. I’ve been using it for years and I loved it. The problem is that Transmission stores the data locally (in /home/user/.config/transmission/), while transmission-daemon uses something different (in my case /var/lib/transmission-daemon/info).

Another problem was that, when I wanted to troubleshoot this application, I realized it was not logging anywhere.

Long story short: this guide will show you what I did, and some of these points will probably help you with your own little struggle it working.

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Una bottiglia di Lysoform.

In greco “ritorno” si dice nòstos. Álgos significa “sofferenza”. La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca (nostalgia, nostalgie), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale: gli spagnolo dicono añoranza, i portoghesi saudade. In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall’impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio. Il che, in inglese, si dice homesickness. O in tedesco Heimweh. In olandese: heimwee. Ma è una riduzione spaziale di questa grande nozione. Una delle più antiche lingue europee, l’islandese, distingue i due termini: söknudur: “nostalgia” in senso lato; e heimfra: “rimpianto della propria terra”. Per questa nozione i cechi, accanto alla parola “nostalgia” presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: stesk, e un verbo tutto loro; la più commovente frase d’amore ceca: stýská se mi po tobě: “ho nostalgia di te”; “non posso sopportare il dolore della tua assenza”. In spagnolo, añoranza viene dal verbo añorar (“provare nostalgia”), che viene dal catalano enyorar, a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell’ignoranza. Tu sei lontano, e io non so che ne è di te. Il mio paese è lontano e io non so cosa succede laggiù.

(Milan Kundera, L’Ignoranza, 2001)

Ho passato gli ultimi anni a cercare di capire perché stia meglio altrove che in Italia. Perché, ogni volta che torno, finisca presto per aver voglia di tornare alla mia nuova vita, lì. Non riesco a capire cosa sia l’insieme di fattori che mi provocano inquietudine appena poso piede in terra natìa. E cosa mi manca rispetto alle persone che, invece, sono volute restare.

Perché la verità è che, forse, avrei bisogno di cambiare io, e non gli italiani. Voglio dire, mi sembra un po’ arrogante il fatto di dire che un’intera Italia va cambiata in certe cose, quando magari ci sono solo pochi altri a concordare.

Ma il fatto è che ci sono alcune cose che davvero non capisco, specialmente da quando so che un’alternativa è possibile. Per esempio: perché la TV è così di bassa qualità? Sì, ok, Abberlustoni, Viva Zapatero, bla bla, ma a parte questo: perché i consumatori sono passivi? C’è un articolo molto interessante a questo proposito, dove si cerca una spiegazione:

Gli italiani non capiscono. Ecco la vera ideologia della nostra classe dirigente, l’unica nella quale tutti credano, che accomuna cioè non soltanto la stragrande maggioranza dei comunicatori, dei decisori di linguaggio, ma chiunque arrivi a occupare un posto di comando.
È lì che nasce la grande impostura: a chiedere un così brutto spettacolo sarebbe il suo stesso pubblico, il quale non accetterebbe nient’altro e anzi, non vedete?, approva consumando. Sarebbero cioè gli italiani stessi, i mandanti.

Oppure: da quando Internet è diventato uno strumento accessibile alle masse, stiamo finalmente vedendo in pratica cosa volesse dire Gervasio in Capitani D’Aprile quando, a commento del futuro post-rivoluzione, diceva: «il popolo non sono le persone, sono le masse. E le masse servono solo ad una cosa: essere manipolate». Mi viene un po’ di tristezza quando i grillini dicono che intendono seguire la volontà popolare, per esempio. L’opinione pubblica è fatta da dei “molti” che seguono inebetiti l’idea di “alcuni”, idea a sua volta manipolata strategicamente da dei “pochissimi”. In pratica i grillini promettono di assecondare la manipolazione mediatica altrui?

Più in generale, ultimamente arrivo addirittura a domandarmi se gli Italiani, almeno in questi ultimi anni, meritino ancora strumenti democratici come il suffragio universale. Qualcuno suggeriva che forse sarebbe il caso di limitare l’accesso al voto, foss’anche tramite uno strumento banale come un test psico-attidudinale. Un’opzione estrema che purtroppo mi alletta terribilmente quando leggo certi commenti. Ma sospetto che ci sia, in realtà, un problema ancora più fondamentale, un’inghippo nel sistema educativo che non permette alle persone di andare al di là del bipolarismo da stadio che ti porta inevitabilmente a tifare ciecamente destra o sinistra, fascio o mangiabambini. In medio stat virtus, ma è un principio che difficilmente riusciamo sempre ad accettare.

[Se sei arrivato a questo punto e stai pensando: “Allora dovrei votare centro? Tipo, Casini?” Fermati. Lascia perdere questo articolo, ci sei capitato per sbaglio. Fai clic qui.]

Senza contare altri problemi culturali, come questo razzismo all’Italiana che è esploso dopo l’arrivo della Kyenge come Ministro. Ommioddio, ‘na negra. Il papa nero. È finita. I razzisti “soft”, che insinuano la negrità della Kyenge pur mettendo le mani avanti con espressioni standard tipo “non sono razzista ma”, “congolese ma pur sempre Italiana”, “primo ministro di colore”, abilitano i razzisti più hardcore, che approfittano di questo momento per forzare un dibattito più generale sulla xenofobia e riportare in voga tutti gli strascichi fascio-coloniali che avevamo faticosamente lasciato sopire nell’ultimo secolo.

[A proposito di strascichi, il sistema classista gentiliano è veramente ormai morto?]

Un altro punto dolente: perché gli Italiani sembrano così attaccati al passato? I film più belli sono quelli vecchi, le canzoni indimenticabili sono quelle degli anni ’60-’90, i gruppi di nostalgici della propria infanzia (“Sei nato negli anni ’90 se…”) fanno incetta di lacrimucce su Facebook e YouTube, diventare grandi fa schifo… Magari è anche vero che la produzione mainstream fosse più allettante ai vecchi tempi, ma d’altra parte forse è anche vero che al presente non si concede una vera chance. In sostanza, l’Italia è un paese di vecchi dentro, nostalgici di un passato che dovrebbero sì conoscere ma non certo idolatrare. Probabilmente mi si potrebbe rispondere che gli Italiani non guardano al futuro per incertezza. Certo, ma se fosse anche mancanza di coraggio?

Che poi, questo futuro fa paura da quale punto di vista? Il proprio, di certo, non quello della nazione. Perché quello che frega le masse è che le masse si ritengono una congregazione di individui, con le loro specificità; cosa che sì, vale, ma per pochi e solo da certi punti di vista. Le azioni degli individui, su larga scala, seguono trend che in molti casi sono prevedibili, e manipolabili. Ognuno ritiene di aver preso una decisione autonoma, quando in realtà in molti casi è una scelta condivisa con altre migliaia di cui non ti renderai mai conto.

Allora la mia impressione è che, quando gli Italiani pensano al futuro, facciano proprio questo, ossia non pensare al futuro della nazione ma piuttosto al proprio. Al proprio posto di lavoro, al proprio tornaconto, alla propria pensione. Difficilmente si bada a questioni altrui se non si è coinvolti direttamente e nel breve termine. Voglio dire, è normale. Difficilmente si riesce a vedere un effetto indiretto o a lungo termine, come potrebbe essere il sacrificarsi ora per il bene delle prossime generazioni. Più in generale, difficilmente si riesce proprio ad immaginare la possibilità di avere una reale influenza nella gestione della cosa pubblica, perché il problema è sempre dei politicanti, e altrettanto difficilmente si immagina che le proprie azioni possano impattare generazioni successive, saranno altri a pensarci; meglio, piuttosto, pensare agli affari propri, attuali.

Quando al commerciante non chiedi lo scontrino, pensi “massì, tanto che differenza fa uno scontrino in meno”. Quando butti la cartaccia a terra, o non fai la differenziata, pensi “massì, tanto che differenza fa un foglietto di carta in meno”. Quando voti Berlusconi anche se in realtà non vuoi, ma il mafioso o il politicante di turno ti ha promesso un posto di lavoro, ché ce n’è sempre bisogno, o un favorino con quell’abuso edilizio che non ti vogliono condonare, pensi “massì, tanto che differenza fa un voto in più”. Quando evadi quel pochettino di tasse, pensi “massì, tanto che differenza fa un centinaio di euro”. E quando ti dicono che nel 2013 ci sono stati 5mila evasori totali, per un danno di 17 miliardi di euro nelle casse dello Stato, pensi “massì, tanto questi sono i soliti ricconi, mica io faccio la differenza”, seguito da “tanto poi quei miliardi se li sputtanano i politici spreconi come al solito, quindi è pure meglio così”.

E quindi, dicevo, non riesco proprio a capire perché non veda l’ora di tornare in quell’altrove, lontano da qui. Forse, molto semplicemente, è il fatto di essere in un luogo che non conosco altrettanto bene, un luogo dove posso permettermi di essere in una sorta di bolla eremitica dove nulla importa, nulla distrae, nulla influisce. Il che, però, è vero solo in parte.

Pareto.

Dovremmo rivedere quel detto secondo il quale bisogna dare il 60% e aspettarsi il 40%. Voglio dire, è una cazzata. Se consideriamo che il contributo di una relazione è, in realtà, inquantificabile, e quindi decisamente soggettivo, bisognerebbe piuttosto usare come obiettivo una sproporzione tipo 70/30, se non addirittura peggiore.

Partiamo con un rapporto che è quasi 5/95, e che poi tende al 50/50 quando diventiamo un po’ più grandicelli, che uno magari pensa 20 anni, ma in realtà a volte anche 40. Dopodiché dipende, alcuni tendono ad avere tendenze quasi genitoriali tipo 80/20, altri un più moderato 60/40, altri un deluso e quasi misantropo 40/60 e giù di lì.

Eppoi ci sono alcuni pazzi che danno 95/5, dove quell’5% è quel quasi nulla che ti fa dire “ma io lo faccio per il piacere di farlo”. Oh, amore incondizionato, oh quanto sai esser crudele quando sei mal corrisposto!, eccetera.

Ma la verità è che uno sceglie le proprie amicizie in base a questi rapporti. In base al proprio tornaconto affettivo. Perché nessuno vuole investire il proprio capitale di tempo, o attenzione, o felicità, a fondo perduto.

E, in verità, neanch’io.

4×4.

Voliamo attraverso la città (attraverso le città) con indifferenza. Un infinitesimo atomo freddo che repelle e tende verso altri atomi gelidi. Le reazioni, le interazioni, le conversazioni, sono tutte superficiali; ma proprio su questa superficie scivolano senza conseguenze.

Sono seduto sulla panchina, pe’ cazzi mia.

– Kamo, maš cigarko?
– Jo.
– Český rozumíš, ne?
– Jo, ale trošku. Anglický?
– Ah… ne… Thank you.
– You’re welcome.

Sono seduto sulla panchina, pe’ cazzi mia. Il mio nuovo amico fuma il trofeo vinto grazie a questa soddisfacente interazione sociale, siede ad un metro, osserva i tecnici distruggere il palco a poco a poco (quello stesso palco che un’ora prima aveva ospitato un gruppo di punk moderati, accompagnati da una piccola claque di saltatori moderati), butta la cicca, si alza e va via.

Sono seduto sulla panchina, pe’ cazzi mia.
E, per ora, va ancora bene così.

Quello che.

Sonno. Veglia. Sonno. Veglia. Caffè. Sigaretta. Caffè. Veglia. Sonno. Veglia. Musica. Birra. Veglia. Sonno. Veglia. Osservo la vita brulicare da un tavolino. Un po’ nascosto. Un po’ curioso. Un po’ divertito. Un altro sorso di caffè. Amaro. Corretto. Passa. Non passa. Caffè. Veglia. Sonno. Cicchetto. Musica. Veglia. Sonno.

Ti odio perché mi ricordi costantemente del mio fallimento.

Se mangi il veleno, non ingoiare anche il piatto.

Ci siamo incontrati sotto un salice piangente. Maestoso. Meraviglioso. Ci siamo incontrati dove hai voluto tu. Quando hai voluto tu. Come hai voluto tu. Ma non c’ero io. Io ero già andato via. Lontano. Morto. C’era il riflesso di quello che ero, a discutere animatamente col riflesso di quello che sarei stato. E quando Vera, finalmente, tornerà a casa, e scomoderà Virne dalla poltrona, una brezza leggera, dolcemente, li porterà via.

Con me porterò via anche l’epifania, poi lo sconcerto, e infine l’ammirazione.
E un po’ di nostalgia.
Che imparerò ad uccidere.
Come allora, ancora.

Della natura sistemica, dinamica, deterministica, e intrinsecamente auto-distruttiva.

Qualcuno mi aveva fatto lo sgambetto. È successo per caso, una di quelle storie in cui la colpa è di tutto e di nulla. E allora mi ero rialzato. E avevo ricominciato a correre, come un treno, di nuovo. Volevo andare lontano. E così ho fatto, per un bel po’. Ostinatamente, avevo ignorato la ferita al ginocchio, il dolore leggero che è più un fastidio, una distrazione. Non avevo considerato la parte più scivolosa del percorso, più in là. E allora ecco, sono caduto. Di nuovo. Rialzarsi era più difficile. Era una scena un po’ da manuale, diciamo: avevo messo una mano per rialzarmi, ma non riuscivo a mantenere la presa, e sono scivolato di nuovo. Comunque alla fine ce l’ho fatta, eh. Pian piano. Alla ferita al ginocchio se n’è aggiunta una al gomito.

Alla fine, come sempre succede, a furia di andare lontano, ho fatto il giro. Sono tornato al punto di partenza. Qui, ora, tutto è così uguale, e tutto è così diverso.

Costruiranno un palazzo altissimo. Sfiderà le nuvole, sfiderà Iddio. Sono lì a guardarli mentre, a poco a poco, tirano via ogni pezzo di me. Ero il cane che morì sotto quell’ulivo. Ero l’ulivo stesso. Per decenni ho resistito al vento, alla grandine, persino alla neve. Ma non resisto ad una ruspa che mi sradica in un batter d’occhio. Ero l’alba che non vedrò più sorgere su un orizzonte che non vedrò più. Ero la scatola dei ricordi, che prima mi teneva vivo, ora mi resta indifferente, e domani mi sarà già una palla al piede. Ero la mia terra natìa, che è come una di quelle ragazze tanto belle quanto stronze. O tanto belle quanto stupide. O tanto belle quanto… vattelapesca. Il fatto è, non c’è proprio verso di trovarne una bella e brava. Se sei fortunato, e cerchi, e cerchi ancora, una alla fine la trovi. Altrove. Pronta ad essere così perfetta per te da essere miserabilmente ignorata.

Devo ricominciare a correre.