Horizons.

Tra me e te ci sono due chilometri di distanza. Li percorro a piedi, nel cuore della notte. C’è un silenzio spettrale. Dieci infiniti minuti. Ce ne vorrebbero diecimila per raggiungere le nuvole. Una settimana. Due, per raggiungere la Luna. Ci vorrebbero tre milioni di anni per raggiungere la stessa distanza della Voyager 1. Tu, tuo figlio, tuo nipote, il tuo bis-nipote e altre 33mila generazioni a seguire non basterebbero a colmare la distanza che serve a farti sentire un insignificante puntino nell’infinito.

You see that pale, blue dot? That’s us. Everything that has ever happened in all of human history has happened on that pixel. All the triumphs and all the tragedies, all the wars, all the famines, all the major advances…. It’s our only home.

(Al Gore, An Inconvenient Truth)

Mi basta raggiungerti.

Radúz a Mahulena.

Il problema, al momento, è che ti odio.

Odio i tuoi tentativi di far finta che, in fondo, sia sempre tutto a posto. Che magari poi lo è veramente, visto che non ti frega mai niente di quello che accade. Sei un accrocchio di tante realtà messe insieme alla rinfusa, senza capo né coda, che vanno in direzioni opposte e assai poco prevedibili.

Odio il fatto che sia tutto semplice con te. Un bicchiere di lambrusco e un paio di tigelle bastano a cambiar tutto. In un attimo dimentico di quanto sia irritante la tua presenza. Mi innamoro di nuovo. Mi sento a casa. E poi, il giorno dopo, la magia svanisce ancora una volta.

Odio la tua inettitudine al miglioramento.
Odio ancora di più il fatto che sia questo a renderti così bella.
Odio i tuoi profumi, i tuoi colori, odio le luci del mattino.

Odio tutto questo perché, quando vado via, mi manca.
Odio tutto questo perché, quando torno, mi irrita.
Non posso averti perché non voglio volerti.

Come mandare a quel paese Splinder e vivere felici.

UPDATE 30/11/2011: Dada si è costituita e ha confessato, Splinder chiude il 31 gennaio 2012. Tutto quello che è scritto in questo posto è diventata mera chiacchiera da bar ormai, dal momento che hanno avuto la delicatezza di offrire un servizio di esportazione automatica (Blog > Configura > Esporta blog e attiva redirect) che vi risparmierà il 90% di tutta la manfrina ovviamente non funziona perché usa un formato che non è riconosciuto da WordPress, quindi le istruzioni qui sotto valgono ancora. Fate il vostro bel post di addio e arrivederci diosadove.

Questo lo devo ai tanti poveri splinderiani che, ignari del futuro dei loro blog, vorrebbero volare per altre mete ma non vanificare tanti anni di masturbazioni mentali.

[Sì, lo ammetto, la parola masturbazione è stata inserita appositamente per attirare di nuovo le ricerche onaniste sui soliti post.]

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Dandakaranya.

Qui l'autunno è autunno, l'inverno è inverno, la primavera è primavera, l'estate non mi appartiene. Le foglie secche non crepitano più sotto i miei passi, ma non fa niente. Sono circondato da colori così meravigliosi che uccidono il cielo grigio con maestria. Sarei un mostro a volerli imprigionare in scatti mediocri.

Qui la sera è sera, la notte è notte, il weekend é uma locura. Sono un eremita con una vita sociale fin troppo intensa. Le serate hanno un rumore di fondo dolce e costante. Le barriere linguistiche ci tutelano da ambiguità e incomprensioni. La parola chiave è una: whatever. E funziona.

Qui il sesso è sesso, l'amore è amore. E sto perdendo così tanto tempo ora. L'unica cosa che voglio, piuttosto, è perdere tempo. Immergermi in te, Sita, e sognare di guardarti negli occhi.

Qui l'Io è loro.
In qualunque modo lo vogliano.

Wooden trichotomies.

Incrocio un cane che segue il suo padrone.
Scavalco con cura il guinzaglio.
"Quale guinzaglio?", mi chiedono.
Quello che non vedi, ma a cui non voglio impigliarmi.

La mia vera fame è di qualcosa che non ha nome né forma. All'occhio discreto brilla di luce propria. O forse di luce riflessa, in fondo sarebbe un'illusione a cui siamo abituati da tempo e non fa più male. Il problema è che, alla fine dei conti, ossia alla fine dell'infinita lista di "perché?" che rende vano e vacuo ogni tentativo di spiegazione, non ha più neanche senso dare una forma esatta all'oggetto della ricerca.

La meravigliosa Guida Galattica per Autostoppisti (di cui ogni motel da film hollywoodiano dovrebbe avere una copia accanto alla Bibbia e all'immancabile pistola) mostra un aspetto fondamentale della vita. No, non che la risposta sia 42, bensì che il senso della vita si spiega con la vita stessa. Questa tautologia, chiaramente, vanifica ogni tentativo di speculazione ulteriore; a meno che non si considerano i due possibili insegnamenti da trarre.

Il primo è che non contiamo un cazzo. Questo, di per sé, è una sorta di dogma che ognuno prende per scontato ma a cui nessuno davvero crede. Perché? Perché siamo abituati all'idea che, dal momento che risultiamo essere gli esseri più senzienti del nostro piccolo pianeta, abbiamo diritto non solo a sentire la Natura come qualcosa di dissociato ed essenzialmente schiavizzabile, ma anche a pretendere una spiegazione della nostra esistenza che possa compiacere bastantemente il nostro status di superiorità. E quindi, in altre parole: non mi frega niente se la formica muore e la sua vita finisce lì o prosegue in base a quanto è stata buona o cattiva finora, ma io devo sentirmi sicuro che la vita non finisca davvero dopo la morte. Pensa se qualcuno venisse da te a dirti che la coscienza è solo una produzione del corpo, e l'anima semplicemente finisce di esistere insieme al suo contenitore. Muori e poi niente, nada, nihil, nic. La tua anima si circonda del buio infinito e incolmabile della tua piccola bara e, ancora peggio, non se ne accorgerà nemmeno perché l'anima non esiste. Pensa se qualcuno venisse da te a dirti tutta questa storia, dicevo. Roba da manicomio.

Il secondo insegnamento da trarre è che la vita ha una natura indiscutibilmente dinamica. Odio le persone che dicono "tu mi vuoi cambiare", "tu non mi accetti per quello che sono", "la mia vita è al suo posto". La vita è fatta di progresso. Interiore o esteriore, diretto o indiretto, cosciente o istintuale, individuale o collettivo, e in qualsiasi altro modo lo voglia intendere. La tendenza a progredire è da sempre un concetto finito, l'idea è quella di progredire fino ad un certo punto ("qual è il tuo obiettivo nella vita?"), dopodiché val la pena di fermarsi. A meno che condizioni esterne non impongano ulteriori cambiamenti, di cui abbiamo estremo bisogno ma ai quali, tuttavia, si guarderebbe con una smorfia di sofferenza. Perché? Perché progredire stanca, è generalmente un sacrificio che può diventare persino insopportabile qualora non se ne veda la fine. Possiamo immaginarla come un'economia di pensiero simile a quella che ci fa immaginare come minuscoli, insignificanti, esseri immortali.

Per questo non riesco ad avere un guinzaglio.
Ci provo, eh, ci provo sempre.
Ma alla fine non riesco.

Non ci sono perché sto cercando finalmente di leggere un sacco di libri interessanti, come questo.

Comincia a mettere in discussione l’autorità.

Questo non vuol dire ribellarsi a, rovesciare o ignorare l’autorità. Significa ascoltare cosa la figura/organizzazione autoritaria ti dice e scorgerne le vere motivazioni. Come qualsiasi artista della truffa sa bene, la prima cosa da fare per far sì che qualcuno faccia quello che vuoi è nascondere le vere motivazioni, dando l’impressione che sia per il loro bene. Mettere in discussione l’autorità, quindi, significa nient’altro che chiedersi come la figura o organizzazione autoritaria trarrà beneficio da quello che ti chiedono di fare.

Ci sono tre possibili motivi per cui una figura o organizzazione autoritaria ti chiederà di fare qualcosa:

  • È davvero per il tuo bene.
  • È tutto quello che sanno al momento.
  • È per il loro bene, non per il tuo.

I genitori, per esempio, non dicono certo ai bambini di mangiare verdura perché vogliano torturarli o farli sentire infelici, ma perché seguire una dieta equilibrata è buono per loro, indipendentemente da quanto le rape o gli spinaci possano essere brutti da mangiare. Allo stesso modo, i governi informano i cittadini su come sopravvivere ai disastri naturali o evitare pericoli quando si viaggia all’estero, perché queste informazioni sono davvero finalizzate alla sopravvivenza. I genitori possono avere anche un tornaconto nel volere i propri figli più sani, dal momento che una carota o un sedano costa meno di un hamburger con patatine, ma i motivi economici sono secondari rispetto alla salute dei propri figli. Allo stesso modo, i governi traggono sicuramente beneficio nell’accertarsi che i cittadini che pagano le tasse restino vivi (e paganti), ma questo è secondario rispetto al motivo principale, quello della pubblica sicurezza.

Più spesso di quanto si ammetta, le autorità hanno a cuore il bene comune, ed ecco perché ribellarsi a prescindere contro qualsiasi forma di autorità è controproducente: se per esempio ignorassi il semaforo rosso per protesta contro l’ingerenza dell’autorità, finiresti per fare un incidente d’auto che causerebbe danni a te e agli altri, piuttosto che all’autorità.

Ma ovviamente, le figure o organizzazioni autoritarie non sono sempre così pure di cuore nelle loro intenzioni, e questo è il motivo per cui è importante mettere in discussione l’autorità. Altre volte, semplicemente, le autorità non hanno idea di quello che stanno facendo, e perciò se segui i loro ordini a prescindere sarai tu a pagarne le conseguenze, non loro.

Per esempio, quando il governo statunitense espose i soldati alle esplosioni atomiche negli anni ’50, non avevano certo intenzione di lasciare che i soldati morissero di leucemia dopo alcuni anni. A quel tempo i governi stavano studiando gli effetti dell’atomica sulle forze armate tradizionali, perciò presero le precauzioni che ritenevano necessarie per garantire la sicurezza dei soldati. In questo caso, i governi agirono per pura ignoranza. Tuttavia, il fatto di nascondere in seguito i risultati dei test per evitare di accollarsi la responsabilità di quanto accadde ai soldati fu evidentemente intenzionale e maligno. L’ignoranza può essere scusata solo se accompagnata da un’assunzione di responsabilità, ed è qualcosa che alcune autorità non fanno mai. Dovresti sempre chiederti non solo cos’è che l’autorità ti chiede, ma prima ancora chi è che ha l’autorità per chiedertelo e perché.

Ancor più spaventoso è quando le autorità agiscono puramente a loro beneficio, nel momento in cui finiscono per rubare, torturare o uccidere. [...] Le aziende del tabacco possono spendere quanto vogliono in pubblicità anti-fumo, ma continuano pur sempre a fare affari vendendo sigarette. Gli Stati Uniti possono sentirsi giustificati nell’usare la forza militare nel promuovere la democrazia in Iraq, ma stranamente deve ancora mandare i Marines a promuovere la democrazia in Arabia Saudita. I radicali islamici possono portare avanti una lotta contro le dittature pro-Occidente, ma intanto fanno esplodere musulmani innocenti con le loro autobombe. Madre Teresa potrà pur aver fatto qualcosa degna di biasimo, ma nessuno può negare che abbia provato a fare del suo meglio. [...]

Troppo spesso le buone azioni nascondono cattivi intenti.
Ecco perché devi sempre mettere in discussione l’autorità.
Se non lo fai, diventi parte del problema.
O, come si direbbe in tribunale, un complice.

(Liberamente tradotto da: Wallace Wong, Steal this computer book 4.0, 2006)

Voda.

I quattro elementi sono tutto quello che ci serve per cominciare. Poi finire sarà più difficile. Ma a questo ci penserà qualcuno, da qualche parte, ad un certo punto. Nel frattempo continueremo a mescolare le carte in tavola, guardare quello che abbiamo combinato con un sorriso, e poi ancora.

Allora oggi l'aria sarà la brezza di Settembre che fa cadere le prime foglie, il fuoco sarà la dannazione eterna per quello che non riusciremo più a vedere, la terra sarà solo un punto infinitamente insignificante su cui ci stendiamo a cercare di comprendere tutto il resto con occhi infinitamente grandi, e infine l'acqua sarà la pace del tutto che scorre e non ritorna.

Andante.

Prendere alla leggera le cose è un concetto ostile.
Si presenta con grande fascino, un po' per la sua disponibilità, un po' per la sua accattivante promessa di una vita più felice, ma soprattutto per la sua gratuità. La gratuità di chi ti assicura un amore incondizionato, ma che in realtà cerca lentamente di aggiogarti.

Prendere alla leggera le cose è ciò che uccide le speranze di una vita felice, lasciandoci in balìa degli eventi che ci cadono addosso, ci muovono, ci conquistano e ci trascinano altrove, lasciandoci in mezzo ad un nulla così pesante che non possiamo far altro che piangerci addosso.

E io odio chi si piange addosso.

Perciò odio prendere le cose alla leggera.

Estemporanea XVII: Attenzione, solita lagna anti-berlusconiana a seguire.

La cosa che mi sembra più avvilente è che, quando l'Era Berlusconi sarà finita, quest'uomo sarà ricordato. A lungo, forse addirittura per sempre.

L'America lo liquiderà come una marionetta. Il resto del mondo come un giullare. L'Italia come un Anticristo, ma che in fondo è uno di noi. Io lo ricorderò come il più furbo dei furbi, un Italiano per antonomasia, un dittatore illuminato che ha saputo mettere sotto scacco le ultime tre generazioni, accreditandosi il benestare dei più potenti per farsi perdonare qualsiasi marachella, e anestetizzando le masse perché ne ignorino l'effetto distruttivo.

Quando Berlusconi se ne andrà, lascerà un sistema di acquiescenza dal quale molto probabilmente sarà difficile guarire. Un sistema che preferirà continuare ad aderire al paradigma televisivo, che a sua volta continuerà a seppellire i fatti sotto una caterva di fatterelli, affinché tutti abbiano la sensazione precisa che i problemi ci siano ma siano troppo lontani perché richiedano davvero una soluzione. Un sistema che desidererà il cambiamento, ma continuerà ad aspettare che sia qualcun altro a farlo. Un sistema che neanche le nuove tecnologie sono state in grado di scardinare davvero, né lo farà.

Ἀλήθεια ἔρωτος.

Desiderare ciò che non si può avere. Una condizione prettamente umana, considerato che dopotutto è proprio quello che ci permette di progredire.

Desiderando ciò che non possiamo avere, lo idealizziamo, beatifichiamo, lo mettiamo al centro dei nostri pensieri. E – ecco il punto focale – il desiderio si amplifica, come in un circolo vizioso, quando cominciamo a caricarlo di aspettative. Aspettative che diventano tanto più grandi quanto più l'oggetto del desiderio si mantiene distante nel tempo. 

L'adagio "se tiri troppo la corda si spezza, se la tiri troppo poco non suonerà" si applica in questo contesto in maniera perfetta: se le aspettative sono troppo basse, l'oggetto perderà interesse, se le aspettative sono troppo alte, esaudire il desiderio diverrebbe una tale sfortuna, perché un istante dopo non ci piacerebbe già più. Come essere in bilico sul parapetto, pronto al bungee-jumping, e giusto un secondo dopo esserti lanciato, improvvisamente, voler tornare indietro – non per paura, ma perché ora che hai ottenuto quello che volevi l'impossibilità di tornare indietro in quel preciso istante è un'idea di gran lunga più attraente.

L'oggetto desiderato, quindi, deve sapersi far desiderare con moderazione. Continuare a fomentare il fuoco del desiderio da una parte, tenere viva la speranza che l'impossibile diventi possibile dall'altra. Si tratta di un equilibrio così delicato da richiedere un esercizio costante da parte del desiderato, e abbastanza sangue freddo da affrontare adeguatamente la frustrazione del fallimento da "corda spezzata".

Fino a che punto il gioco dovrà andare avanti? Dipende, ovviamente, dal fatto che l'oggetto desiderato intenda essere realmente raggiungibile o meno. Se sì, dovrà concludersi relativamente presto, altrimenti potrà proseguire ad libitum.

In tutto questo dobbiamo considerare un ulteriore fattore: così come il mondo è fatto da un insieme di singole azioni volontarie e involontarie che si intrecciano in modi complessi e quasi imprevedibili (il caso), così anche i desideri sono persi in ciascuno, e dunque quello che possiamo o non possiamo avere è, in molti casi, dipeso da quello che qualcun altro fa o desidera (il destino). Coscientemente o non, qualsiasi cosa desideriamo (e, di conseguenza, facciamo), qualora realizzato, andrà molto probabilmente a scontrarsi col desiderio di qualcun altro, che diventerà inesaudito. Il che potrebbe lasciare l'altro indifferente o in una profonda frustrazione, dipende essenzialmente dal grado di intensità con cui l'altro desidera la stessa cosa rispetto a noi.

[Sì, in questo caso potremmo anche considerare giusto, in genere, che chi più desidera più meriti, e che addirittura sia giusto che l'altro, invece, ne soffra; ma questo argomento meriterebbe una più ampia discussione.]

In altre parole, quando abbiamo ciò che desideriamo – nel senso che o non abbiamo più desideri o siamo riusciti ad rendere quelli impossibili, infine, possibili – lasciamo che il desiderio faccia posto ad un senso di insoddisfazione. D'altra parte, più desideriamo, più il desiderio diventa pervasivo, spingendoci ad azioni che inevitabilmente scombinano il sistema (equilibrio?) circostante.

In altre parole, ancora: se desidero soffri, se non desidero soffro.

Cosa scegli?

[Caveat: tertium datur.]