My little ivory tree.

La soluzione era lì, ovvia. Se non puoi scalare la montagna, giraci attorno. Ok, il percorso è più lungo, ma la salita è fattibile. Non riuscivo a realizzare quanto facile fosse, finché qualcuno mi ha aperto gli occhi.

Una frase soltanto.
Una di quelle chiave.
Take it easy.

Guardai le ultime cose insepolte, dissi addio e mi incamminai.

E poi alla fine ci arrivai.
Dall’altro lato.
E, indovina un po’?
La scalata da qui è più facile.

Ogni tanto ci provo ancora. Ad un certo punto provo a scalare dall’altra parte. Le mani fanno male, i muscoli cedono. Scivolo un po’ più giù. Non voglio. Faccio un ultimo sforzo, recupero, e torno dall’altra parte. Quella più easy. E continuo.

Eppure le vedo ancora, le cose che ho lasciato.
Vorrei che salissero con me.

Poi però guardo quei tizi che scalano il lato più duro.
Provano. Cedono. Cadono. Alcuni riprovano. Pochi riescono.
Perché lo fanno?
Che sia giusto perché non sanno cosa c’è dall’altra parte?
O piuttosto perché si sentono in obbligo di continuare così?

Obbligo?

Luca K.

L’ultima rockstar che conosco si chiamava Ciro Eugenio Milani.

Un uomo inutile, con un lavoro inutile, una vita inutile, relazioni inutili, e un futuro che si prospettava inutile. Però il fatto è che si era stancato. Non voleva diventare anche un vecchio inutile.

Essenzialmente gli bastava andare via. E credo che in fondo ad andare un po’ in giro per il mondo ci abbia provato. Però non riusciva a sentirsi a casa. O forse era troppo pigro per sentirsi a casa. O forse era troppo pigro per muoversi e basta. Colpa sua, forse no. Fatto sta che, alla fine, se non c’è nessun altro posto dove vivere, il problema diventa il vivere stesso.

Questo mondo non è fatto per me, oppure sono io a non essere fatto per questo mondo. Non c’è poi molta differenza. Voglio uscire da questo mondo, come posso farlo? Ecco perché il suicidio è l’unica vera soluzione.

Optò per il viaggio più lungo. Quello verso un non-luogo totalmente ignoto da cui non si torna più indietro. Potrà essere meglio o peggio, è un rischio da correre, una responsabilità da prendersi. Se si sbaglia non c’è alternativa. Era un’opzione da ponderare bene. E lui così fece. Dopo aver riflettuto a lungo sulla sua decisione, era arrivato ad una tale lucidità, una tale consapevolezza di quello che stava per fare da resistere a qualsiasi ripensamento. Certo, con una paura di fondo. Ma quale viaggiatore non ha mai avuto paura, primadipartire?

Tre mesi prima creò un blog per raccontare questo momento. Il momento della preparazione, il momento dell’attesa. Stabilì una deadline fittizia (20 luglio 2005), un nome fittizio (Luca K.), una professione fittizia (impiegato) e una residenza fittizia (un qualche posto nell’hinterland milanese). Tutto il resto, però, era vero. Riflessioni, paure, momenti. L’attitudine era quella tranquilla di chi prepara una fuga dal quotidiano, in una qualche isoletta sperduta nell’oceano.

Ma non era una richiesta d’aiuto. Lui non aveva bisogno d’aiuto. Questa è una cosa che nessuno riusciva a capire, neanche gli altri “aspiranti suicidi”. Non si sentiva triste, incompiuto o fallito. Anzi. Aveva vissuto la sua vita, e voleva cristallizzarla in un momento bello, da condividere con gli altri. Che ovviamente non capirono, e si dilettavano in patetismi da Telefono Azzurro o trollate di cui, a gesto compiuto, gli autori si pentirono amaramente.

Quest’uomo è andato dritto come un treno, forte della sua consapevolezza, fottendosene di qualsiasi opinione. Sapeva come non farsi trovare. Aveva messo il suo blog su un sito di free-blogging americano (primadipartire.weblogs.us, ora svanito nel nulla), basato su WordPress. Come già dissi, WordPress è fico, e fra le tante figate c’è la possibilità di pubblicare un post in data futura. E lui così fece.

L’11 luglio, mentre Luca K. svelava la propria identità ai suoi lettori nel blog, Ciro Eugenio Milani era già morto. In realtà voleva farlo la notte prima, ad un anno esatto dalla morte di un suo amico. Stesso ponte. Non che gliene fregasse molto di far poesia su questo momento, ma gli sembrava una cosa da fare.

Ci furono altri post con data futura.
Saluti, precisazioni, cazzate.
Luca K. voleva un altro spiraglio di vita virtuale.

Di Ciro Milani non so nulla. Di Luca K. so quello che ricordo da una lettura febbrile del blog a cose appena fatte. Non ricordo come capitai su quel blog, so solo che ormai non c’è più. Così come l’altro, blog.weow.org. Sono riuscito a ricostruire la storia essenzialmente a memoria, con l’aiuto di Wayback Machine e alcuni frammenti sparsi qua e là su siti e articoli di giornale.

Cazzo, Luca, sei peggio di Archiloco.
E allora, sai che ti dico?
Questo post lo pubblico in una data futura pure io.
Dal 30 novembre 2011 all’11 luglio 2012.
Tanto per te aspettare non è un problema, adesso.

Valse mélancolique et langoureux vertige.

– Ho fatto un nuovo sogno.
– Nuovo?
– Nuovo.
– I sogni son sempre nuovi.
– No, io faccio sempre lo stesso sogno da anni. A parte ieri.
– E cosa sognavi?
– No, non importa. Il mio nuovo sogn–
– No, ‘spè, voglio sapere cosa sognavi.
– Ma che ti frega?
– Mi frega. Racconta.
– Va bene. Sono in un pub, ordino un bicchiere di vino rosso, nel vino trovo un dado. Ma non un dado di quelli normali eh. Uno con delle lettere. Ogni volta le lettere sul dado cambiano. Il barista mi guarda e mi dice “tira”. Alla fine, a furia di tirare, le lettere fanno una qualche parola. E quale che sia la parola, si materializza.
– Tipo?
– Non so… l’altra settimana vien fuori “Ducati”.
– Fico!
– Fico un cazzo, non sapevo come guidarla e mi son schiantato contro un muro, e sono morto, e mi sono svegliato di soprassalto con un mal di testa atroce.
– E che altro è uscito?
– Dipende, a volte cose belle, a volte no.
– Muori spesso?
– No, solo quella volta e un’altra.
– E sogni robe zozze?
– Ma la smetti di fare domande idiote?
– E dì.
– No. Però c’è sempre una tizia nel sogno.
– E chi è?
– Mai vista. Eppure ogni volta è lì, e sta insieme a me tipo marito e moglie.
– Ed è bella?
– Ma chi se ne frega che è bell–
– A me frega.
– Ok, sì, è bella… ok, dài, in realtà è meravigliosa. Dolce, sensuale… e innamorata. Ogni volta mi prendo una cotta, peggio di un adolescente.
– E fate pure robe zozze?
– Animale.
– Allora le fate…
– È successo una volta sola. Ma non ricordo niente…
– Certo, certo…
– No, dài, dico davvero, l’ho sognata così tante volte, e ogni volta è così bello e così dolce, che di scopare mi frega poco. Lei è con me in ogni istante, mi vuole bene, mi cerca, mi sostiene. Una volta, ero inseguito dalla polizia…
– E–
– No zitto non mi chiedere perché.
– Che palle.
– Dicevo, poi arriva lei, con un qualche rottame di macchina tipo Fiat Duna e semina tutti facendo delle robe tipo Speed, manco fosse una Ferrari. Io, ovviamente, cagato sotto, e lei invece che mi guarda con questo sorriso… Diosanto, me lo ricordo ancora quel sorriso.
– Che cosa stucchevole.
– Sei un cretino. È che queste cose a te non sono mai capitate. Se ti capitasse capiresti che voglio dire. Ogni volta mi sveglio così felice che mi manca stare lì con lei.
– Hai già qualcuno che ti dovrebbe mancare.
– Sì, ma non puoi desiderare quello che hai già.

Fast, but not overly so.

– Hai fatto un brutto affare a startene con me.
– Pensa, lo so già.
– Eh, sì, vabbè.
– Ah, no aspetta, questo è il momento serio, vero?
– Già, momento serio.
– Ok, aspetta, vado a preparare. Aspetta eh?

Momento serio.

Il momento serio è un rituale piuttosto ben noto, che procede lungo una sequenza normalmente ben concordata. Il soliloquista si fa un passo avanti, i restanti – pochi, possibilmente – si fanno da parte, o addirittura escono di scena. Le luci in scena si dissolvono dolcemente, lasciando spazio all'occhio di bue, che ingloba il personaggio nel suo fascio.

– Ecco, va bene così?
– Non so, questo bianco è un po' diverso.
– Bilanciamento del bianco, ricordi? Me lo spiegasti tu. Il bianco e il nero non esistono, ma i tuoi occhi si adatteranno ancora una volta, e il bianco sarà di nuovo bianco per te.
– Beh sì, in qualche modo.
– Allora?

In piedi. Questo è un discorso sulla fiducia. E allora le mani saranno congiunte, in un goffo tentativo didascalico. I gesti che normalmente enfatizzano le parti del discorso, saranno costrette ad un movimento circolare di mani giunte e niente più. L'atteggiamento sarà ostentatamente goffo e incerto, come se si voglia dare ad intendere che sia difficile far venir fuori le parole, quando invece sappiamo tutti che le parole sono già lì, pronte ad essere pronunciate. Pronte ad essere inascoltate. E fraintese.

– Hai fatto un brutto affare a startene con me. Sono un torrente che traborda a sorpresa in ogni direzione. Tu sei neve, dolce e silenziosa, che si posa e congela tutto in attesa della primavera. Ogni giorno è una lotta per succhiare avidamente fiducia dalle tue labbra. Perché non ne ho in me. Quel poco che racimolo, faticosamente, è per te. Per me, invece, resta poco e niente. Posso avere un po' di fiducia? Per favore. Posso avere un po' di fiducia in te? Voglio lanciarmi nell'abisso ad occhi chiusi. Sarai lì per prendermi? Ma soprattutto, sarò lì per farmi prendere? O, all'ultimo, mi scosterò di poco per sfuggire alle tue mani e cadere? E se succederà, perché?

Buio in sala.

– Ma che ne so… andiamo, che è tardi.

Risate.
Applausi.
Sipario.

Zusammenleben ungleichnamiger Organismen.

Se tu sei il piviere egiziano e io il coccodrillo,
sappi che prima o poi chiuderò queste fauci.
Con te dentro.

Accadrà per caso. Un'imprevedibile distrazione. Un inarrestabile starnuto. Una noncuranza, in ogni caso. E allora piangerò. Piangerò lacrime amare, mentre ti spezzerò il cuore. Succhierò il tuo sangue, dolce e puro, e le mie lacrime, aspre e piene di sale che solca la pelle. E la loro mistura risulterà in niente, perché niente resterà dopo. Dovrò deglutire il tuo piccolo cuore, e il tuo piccolo cuore diventerà mio, il piccolo cuore che non potrà più tornare indietro.

E sarà quando esalerai il tuo ultimo respiro, soffocato dal mio pianto, dal mio ultimo singhiozzo che mi toglierà ogni energia e mi bloccherà il petto, sarà solo allora che ti avrò amato come non ho mai fatto finora. Sarà solo quando sarà troppo tardi.

Meu sonho.

Sala da tè. Tavolo tondo, grande. Siamo una dozzina, tutti seduti in cerchio. Io sono vicino alla finestra. Guardo la strada. Palazzi nuovi. Tutti nuovi. Di quelli vecchi n'è rimasto un paio. Aspettano il momento giusto per abbatterli. Rumori indistinguibili in sottofondo. Un'auto a sirene spiegate passa proprio ora, qui sotto. Suono acido, retrogusto pungente.

– A volte vorrei svegliarmi e sapere che sono ancora lì.
– Dove?
– Lì dove sono sempre stato.

La ragazza di fronte a me continua a fissarmi. Aria di disapprovazione. Sempre la stessa persona. Sempre la stessa aria. Lo so che è per il mio vino rosso. Caldo. Lo avvicino alla bocca. Inspiro. Butto giù un altro sorso.

– Un giorno ti sveglierai in un posto diverso. Succederà all'improvviso. Lo sai, vero?
– E quindi?
– E quindi dovrai prepararti a perdere tutto. Tutto quello che eri, tutto quello che avevi, non ci sarà più. O non ci sarà mai stato. Forse adesso, proprio adesso, tutto sta cambiando mentre i tuoi occhi sono così chiusi.
– Lo immagino.
– Come fai a immaginarlo?

Ci provo. Non ci riesco, ma ci provo. Non sono pronto per dire addio a tutto. Ho bisogno di qualcosa. Almeno qualcosa. Giusto qualcosa. Qualcosa da guardare quando sarò un gomitolo tremante su un letto troppo grande. Qualcosa che mi possa far ricordare che non è vero che non ho perso niente. E anche che non è vero che ho perso tutto.

Tramonto. Un rosa intenso, riflessi viola.
Guardo più in fondo, verso la spiaggia.
Spaventosamente immensa. Spaventosamente deserta.
Il sole si specchia per l'ultima volta prima di andare a dormire.
E così faremo noi.
Per poter aprire di nuovo gli occhi.
Immagino cosa potrei aspettarmi quando succederà.
Non è mai quello che spero.

Poslední den.

È lì. Bella e dolce come sempre.
Mi guarda e sorride.
Nonostante tutto.

Facciamo l'amore. Si può dire ancora così? Lo si può dire in genere? E lo si può dire per noi? Forse sì. O forse è tardi. Penso troppo, troppo. Penso di avere paura. Forse è così, forse siamo così fragili che andiamo a caccia di scuse insignificanti per far cose di altrettanto valore.

Il libro che mi hai regalato. Non l'avevo più toccato da allora. L'ho aperto. Ho saltato la dedica. Ma l'ho vista, dannazione, ormai l'ho vista. Arrivo a metà dell'introduzione e mi rendo conto che già non ho capito niente di quello che ho letto. La curiosità mi distrae. Ma non voglio fare la fine di Pandora. Resisto. Arrivo a pagina 10. È bagnata. Bagnata? Colpa mia. Cedo. Torno alla dedica. Stupida. Mi fa ridere. Scoppio a piangere.

Scoppio a piangere anche adesso. Mentre sono dentro di lei. Mentre stringo i suoi fianchi, i suoi seni. Le lacrime mi riempiono gli occhi, riesco a malapena a scorgere il suo viso nella penombra. Mi fermo. Mi stringo a lei. Forte. Mi impiglio contro i suoi capelli. Ridiamo. Singhiozza. Muta. Resiste. Ha ragione. Devo resistere anch'io.

Ricomincio.
Sferzate.
Più forti.
Sempre più forti.

Ho ascoltato una canzone che a te piaceva e a me no.
Adesso a me piace, a te non più.

Uno spasmo. Un fuoco.
Fa male. Malissimo.
Resisto.
Anch'io.

Faccio per uscire.
Mi guarda. Mi accarezza.
"Aspetta", dice, con voce spezzata.
"Resta qui, con me. Ancora un poco.
Solo un minuto.
Poi ti lascerò andare."

Resto lì,
testa contro testa.
Un minuto che sembra infinito. Finché dura.

"Un altro minuto."

Respawn/2.

– Allora.
– Eh, allora.
– Funziona così: quando una cosa si rompe, la si riaggiusta.
– Essì.
– Quando cade, la si prende da terra, gli si dà una spolverata, e la si rimette a posto.
– E se c'è una scheggia?
– Fa niente.
– Cadrà di nuovo.
– Pazienza. Succede. Succede sempre. Anche noi cadiamo. A volte ci rompiamo pure. Ma ti verrebbe mai in testa di buttarti via e prendere un altro pezzo?
– A dir la verità a volte sì, ci pensiamo.
– E quindi? Non potremmo farlo di certo. E a quel punto che si fa? O ci crucciamo a vita della nostra sfortuna (o della nostra maldestria) oppure proviamo e riproviamo a non rifare più errori la prossima volta.
– E come si fa a correggere l'errore se non sai mai che errori hai fatto?
– Ma che dici.
– Eh, è vero e lo sai benissimo.
– Vabbè sì, e con questo? Se vuoi scoprire l'errore ti devi mettere di buzzo buono e ragionare, sragionare, debellare demoni e angeli, spazzare nevi perenni finché le mani non sentono neanche più il freddo e il dolore… e fare altri errori.
– Ah beh, certo.
– Certo sì, tanto di errori ne si fanno sempre.
– E quindi?
– E quindi un errore…
– Tira l'altro.
– Non è così.
– Lo è. Passiamo mezza vita a fare errori e mezza a correggerli. Pianifichiamo accuratamente il prossimo passo chiamando a rapporto tutti gli errori passati. Sono lì gli errori, in rassegna, impettiti e orgogliosi della loro stronzaggine. Ti guardano con aria di sufficienza, come a voler dire "tanto stasera torniamo". E – zac! – ti ritrovi non solo di fronte a quelli vecchi, ma anche quelli nuovi, tutti pronti a sconvolgerti le budella come se ti prendessero a cazzotti. Non c'è modo di evitare gli errori. Servono a ricordarti come farne altri.

Banho de lua.

La superficie di taglio fra un coltello e l'aria è inizialmente molto ampia, delineando forme perfette, nette, invisibili. Col tempo, l'aria si consuma. Diventa densa, pesante. L'attrito si rivela in tutta la sua forza, il braccio ormai stanco delinea forme imprecise, fendendo colpi sempre più deboli, superfici claustrofobiche.

Oggi è lì, seduto sulla riva del fiume. Guarda l'acqua scorrere, con disprezzo. Entrambi non incutono alcun timore, non hanno nulla di prepotente. Si guardano a vicenda, scrutano le forme, cercano una scusa per parlarsi.

Gli scarponi pesanti rendono i movimenti goffi, indecisi. Avvicina il piede alla supeficie, si lascia accarezzare dal flusso lento, costante. Ma non succede niente. L'acqua si lascia toccare, indifferente. Risentita, violata, scivola sotto la suola e prosegue oltre.

Lui prova una fitta allo stomaco. Come un pugno. Ritrae il piede. Poi, lentamente, lascia il piede nudo. Lo massaggia, per appianare le impronte delle calze, i segni della stanchezza, la fatica di un cammino troppo lungo.

Immerge il piede con una spasmodica delicatezza. Stringe la gamba tra le mani per rallentarne il movimento. Appena tocca l'acqua, un brivido corre lungo la gamba, fino alla schiena. Resiste. È fredda. È fresca. È piacevole.

L'acqua assiste al gioco dell'infelice. Con altrettanta dolcezza lo accarezza, lo avvolge. Si appropria della sua pelle. Rallenta il passo, impercettibile. Bacia le sue vene calde. Non c'è un motivo, eppure vorrebbe che si immergesse completamente. In lei. Per poterlo inghiottire. Per potersi appropriare della sua misera esistenza.

Della sua infinita, minuscola, essenza.

Exile.

Apro gli occhi. Crepuscolo. Spigolo. Di metallo. Scuro. Metto a fuoco. Il vuoto. Porta. Legno. Motivi irregolari. Sposto la visuale a destra. Soffitto. Bianco. Riflesso della finestra. Spiovente. Aperta. Sposto la visuale a sinistra. Foglie sul pavimento. Secche. Ancora. Freddo. Sposto la visuale in basso. Coperta. Ai piedi. Rimbocco. La coperta sale con un movimento fragoroso. Sembra. Niente più che un fruscio. Chiudo gli occhi.

Apro gli occhi. Tramonto. Spigolo. Di legno. Scuro. Metto a fuoco. Il vuoto. TV accesa. Un canale a caso. Sposto la visuale in alto. Finestra. Aperta. Rumori. Lavori. Sposto la visuale in basso. Porta. Aperta. Freddo. Coperta. Alla vita. Rimbocco. La coperta sale con un movimento rassegnato. Sembra. Niente più che un fruscio. Chiudo gli occhi.

Apro gli occhi. Non so l’ora. Giornata grigia. Sposto la visuale in alto. Orologio. Le sette. Sposto la visuale a destra. Calore. Mi giro. Ci sei. Mi rannicchio. Mi accogli. Mi addormento. Finalmente.