Andie, ovvero: del paninarismo militante.

Allora.
Sono un po’ stanchino.
Andiamo con ordine.

Sia chiaro che non parlerò chissà quanto del viaggio, visto che l’obiettivo principale era di fare una mini-vacanza noiosissima e piena di relax da anziano consumato. Obiettivo fallito miseramente, figuriamoci.

Prima di tutto la cara Debugghina mi ha chiesto di tessere pubblicamente le sue lodi al più presto. In realtà pur di accontentarla avevo anche provato a collegarmi telepaticamente su Splinder la sera stessa, ma l’editor non funzionava (e te pareva). Voglio dire, uno te lo chiede con una moderata dose d’insistenza, ma poi ci aggiunge un vinsanto fattincasa, un birrone da combattimento, due bottiglie di Barbera e un calice di passito, più un efficiente servizio di tassì espresso in andirivieni continui e visite nei posti più cool di Firenze… non è che puoi tanto tirarti indietro no?

Potrei parlare anche del fatto che passare una giornata con Debug significa necessariamente piegarsi in due dalle risate. Ma tutto ciò è niente rispetto all’accoppiata con la famigerata Polly. I risultati sono stati devastanti: asfissìa da risa, apparecchi ortodontici saltati (e anche ingoiati), graffiti sulle tovagliette di carta, si contava perfino un morto.

Ma riassumerò tutto questo in commenti monosillabici:

Debug: mah.
Polly: boh.

E poi niente. Ho avuto la felice idea di partire per Bologna all’una, giusto in tempo per beccarmi la mandria di fan di Vasco appena rientrati da un concerto a Campo di Marte carichi di adrenalina. Checculo. Per fortuna che adesso vado dalla Clidda alle 3 e mi schiatto sul letto. Essì, ma vuoi che non ci si faccia una chiacchieratina prima? E ce n’è da parlare, cavoli. Fra coinquilini dai riti cocainomane-orgiastici, filosofismi e artismi, nonché celebrazioni di non-anniversari, e tutto quello che ci passava per la testa. Oh, ma son le 6. Ma davvero? Beh, direi, sta per albeggiare. Ah. Essì, e io son 48 ore che non dormo, sono un pelino assonnato. E vabbè, buonanotte allora. Ehm, buongiorno?

E poi niente. Mi chiama l’Ipse, a ‘sto punto checcivai affare in treno? Ti vengo a prendere io, tanto sto qui, salcazzo (no perché salcazzo lo dice davvero eh). Okkei. Però devo far gasolio perché il traffico sulla tangenziale mi ha leggermente spazzato/topinato/fattofuori il carburante. Beh sì, in effetti c’è ‘sta lancetta ai minimi storici che sta leggermente invocando pietà. Essì, poi ci andiamo a fare una birretta a Reggio, o dov’è, salcazzo, tanto ci guida il tomtom… dov’è il posto? Aspetta che chiedo… Corè. Corè… vediamo… senti ma qui Corè dice che è in Francia, che cazz… Ehm… no aspetta… ah no, cheCcorèccorè, è Cadè! Ah ok, trovato, dài ci arriviamo in un niente, 30 minuti, salcazzo.

E poi niente. Un’ora e mezza. Si ringrazia il tomtom per non aver saputo che ‘sti maledetti reggiani avevano stravolto la viabilità proprio all’altezza di Reggio (ovviamente aggiungendo quella trentina di rotonde alle 60 di cui si è già intelligentemente dotata), perché il suo totale rincoglionimento ci ha permesso di attraversare più e più volte tutte le frazioni e i paesini di Reggio Emilia, tra cui la famosa Sesso, l’altrettanto famosa S. Ilario e "Il Moro" (che non è una bettola di turchi-mamma-li-turchi bensì un paesello vero e proprio). Comunque soffighi quei ponti, sa’? Altro che brùcchlin.

E poi niente. Di foto ce ne saran pochine, e comunque prima vorrei chiedere ai diretti interessati se posso metterle su Flickr senza timore che chi le guardi abbia reazioni spropositate tipo teenager che si tagliano le vene, mamme che abortiscono, erezioni spontanee, incidenti stradali e così via.

E poi niente, prossima tappa: Milano, idealmente verso i primi di dicembre. Con il chiaro obiettivo di riunire quelle gran teste di Oxi, Ipse, Indiano, Gnamina nonché (spero) Bruno, Rob e ovviamente chiunque altro si voglia aggiungere alla cucciolata. Magari stavolta con un cospicuo numero di terroni di rappresentanza (ognuno di voi sa a chi mi sto riferendo), per riempire un bel trenino o (low-cost permettendo) un bel volo.

P.S.: Menzione speciale a subdola, che voleva salvarmi da quei ladri del bar vicino Stazione Termini, ma non ha fatto in tempo, e ormai stavo già apprezzando un ottimo "italian breakfast" alla modica cifra di 6 euro. E fooorzaaa che si è perso un pranzone squisito che Clidda di certo non se lo scorderà mai più.

Con le dovute premesse.

Allora, signori.

Vi ho parlato tanto di un’iniziativa che avrebbe accompagnato l’inizio dell’autunno. È passata l’estate, è arrivata la pioggia (purtroppo è anche finita), è tornato il freddo gelido (e quello invece rimane, bastardo!). Dormo coperto giusto da un velino di ciniglia eppure mi rigiro ancora nel letto per il caldo, ma credo che riguardi l’andropausa incipiente, quindi non la contiamo. I maglioncini e le sciarpine mi cullano da una leggerissima brezza marina (con punte di appena 80 Km/h, credo).

Quindi, in sostanza, direi che l’autunno è proprio iniziato.

Allora, so che il nome non è proprio da copywriter junior associato, ma avrete lo stomaco e la comprensione necessaria per trattenere eventuali rigurgiti.

Insomma, bando alle ciance, sono lieto di presentarvi il:

BloggerTour™

Perché?

Allora. Alcuni di voi sanno che io tendenzialmente odio chattare, così come mi danno fastidio interazioni sociali virtuali e la mancanza di quella parte della comunicazione che adoro, ossia il paraverbale e il non verbale. In altre parole: prima di parlare con me dovete offrirmi una birra, se no nisba.

E quindi?

E quindi il BloggerTour sarà l’occasione per conoscervi. Sia nel senso che io conoscerò voi, sia nel senso che vi conoscerete tra voi. Lo so, ad alcuni non gliene frega proprio niente, ma so che ci sono tanti, lì dietro quel monitor, a cui da’ un po’ fastidio quest’identità virtuale che chissà a quali elucubrazioni (leggasi "pipponi") mentali porta. Per esempio, io certamente appaio come un gran figo, il bel tenebroso per antonomasia, e così via. E in realtà lo sono, che cazzo vi credete.

Come funziona?

Allora, partiamo da alcuni semplici presupposti. La prima è che a me piace viaggiare, e fosse per me viaggerei in continuazione, ma sono anche perenne spiantato e scialacquatore, pertanto le occasioni scarseggiano. L’altra è che non ho una casa mia per ospitar nessuno, ma se volete venire a Bari vi offro volentieri compagnia, bettole per ubriacature moleste e giri avventurosi per le stradine del Borgo Antico.

Di conseguenza, il funzionamento sarà molto semplice. Se volete aderire all’iniziativa, sintetizzate la vostra gioia in un commento. Ci organizzeremo in più occasioni per far sì che, di volta in volta, alcuni di voi che appartengono a zone geografiche adiacenti possano incontrarsi fra loro e raggiungere altri. Ad esempio: A raggiunge B da Lecce a Bari, che insieme raggiungono C a Napoli e da lì si va a trovare un congruo numero di blogger a Roma. In un’altra (o volendo anche la stessa) occasione, D raggiunge E (e altri) a Milano e da lì scendono tutti insieme a Roma, o Bari, o Napoli, o quello che vi pare. Che poi il tutto fa anche un po’ Forrest Gump, se pensate a quella scena impagabile in cui corre da una costa all’altra degli Stati Uniti.

Chiaramente è importante che, di volta in volta, qualcuno si incarichi di organizzare eventuali sistemazioni, faccia da guida per gli inesperti del luogo, e magari si preoccupi anche di organizzare una serata carina (perché ok, ci conosciamo, quello che vuoi, però è bello anche fare un po’ di turismo alternativo con l’aiuto di un autoctono no?).

Ovviamente voglio che questa iniziativa possa essere fruibile per tutti, quindi non voglio che sia indispensabile la mia presenza nelle eventuali occasioni, anche se non c’è dubbio che mi piacerebbe tantissimo.

Per quanto tempo questo strazio?

L’iniziativa parte ufficialmente oggi e durerà un anno. Indipercui terminerà il 9 settembre 2008. L’obiettivo ideale sarà conoscervi tutti entro questi 365 giorni. Se riuscirò nell’intento lo si capirà dalla gradazione alcolica nel mio sangue, dai dolori addominali e dagli occhi sbarrati dallo spavento di scoprire quali facce da alcolizzati si nascondono dietro i vostri blog da alcolizzati (ebbene sì, vi adoro per questo, e lo sapete benissimo).

La prima tappa del BloggerTour, a loro completa insaputa, toccherà Debug e fooorzaaa.

Se l’11 settembre starete rimembrando la caduta delle torri gemelle a Firenze, o altrimenti il 12 sarete per un qualche motivo a Bologna, o ancora altrimenti il 13 o il 14 sarete tra Parma e Reggio Emilia, fatemi sapere entro lunedì con i canali che vi sono più consoni (commenti, messaggi privati, MSN, SMS, piccioni viaggiatori), o altrimenti delegherò la povera Debug che, nei limiti del possibile e della sua (spero non) infinita pazienza mi farà sapere.

Per il beta-testing ringrazio vivamente la caraFrancesGlass.

Varie ed eventuali?

Raccogliete qualche souvenir, qualche cartolina, ma soprattutto scattate tante belle fotine-ricordo in queste occasioni. Da caricare rigorosamente sul vostro (o sul mio) account flickr, ricordandovi di aggiungere sempre il tag BloggerTour, in modo che le foto si possano ritrovare facilmente.

Ovviamente non è detto che il tour non debba riguardare persone che si conoscono già nella vita reale, l’importante è che sia l’espressione nella vita reale di una interazione nella blogosfera. Non so se è chiaro il concetto, ma alla fine che fa, è tutto un magna magna e non ci sono più le mezze stagioni.

A presto ulteriori dettagli. Per ora, com’è consuetudine, il link ai post che riguardano l’iniziativa è http://thelegs.splinder.com/tag/BloggerTour. E sono a disposizione per chiarimenti, però abbiate pazienza perché, durante la prossima settimana cercherò di passar da qui nei modi e nei tempi possibili (cioè mai in nessun modo).

Fore de capu!

Terapia.
Okay baby.

Non darà alcun significato alla tua vita, ma ti dice cosa ti succederà. Allora: ci sono tre cose importanti nella vita. Sono i fattori che motivano qualsiasi cosa tu faccia, per qualsiasi cosa chiunque faccia. Il primo è la sopravvivenza, il secondo l’ordine sociale e il terzo il divertimento. Tutto, nella vita, procede in quest’ordine.

(Linus Torvalds, Rivoluzionario per caso, Garzanti 2002)

[ Ma nella mia testa era tutt’altro.
Qualcosa che fa più o meno.
In primo luogo la soddisfazione individuale.
Successivamente il riconoscimento da un prossimo.
Infine il riconoscimento da parte di un nucleo sociale.
C’è chi parte dalla fine.
Io partivo dal centro.
E il problema forse era tutto lì. ]

Continuavo a mordermi le labbra gonfie.

Mentre.

Mentre si parlava di Coffee&Cigarettes bevendo caffè rovente e succhiando avidamente le ultime Camel Natural Flavour. Mentre guardavo lo sguardo contrito da crisi del ’29 e ti interrogavo sadicamente sulla Valle d’Itria. Mentre sorridevo a quegli occhioni fumosi. Mentre rifuggivo la luce diretta come un vampiro (e sarà per quello che mi si voleva uccidere piantandomi canini d’avorio nel petto). Mentre mi chiedevo se era il caso di continuare ad abusare dell’ospitalità del Carrefour. Mentre il mod mi spingeva a rubare un’altra Lucky Strike ma restava solo un altro zibibbo da bere a goccia. Mentre urlavo con tutta la mia forza contro Don Callisto, con gli occhi lucidi di gioia dai riflessi rosa shocking. Mentre cercavo di togliere il sonno dagli occhi, ma come fai se prima ci son strati e strati di sabbia da scavar via?

[ Abbraccia la mia acquiescenza. Sì.
Stringi forte, forte. Forte ti prego.
Dopo, questo velo,
in giusta giustapposizione,
potrà anche volar via. ]

Mentre.

Continuavo a mordermi le labbra gonfie.
Cercando di succhiare ciò che restava.
Di ricordi su ricordi su ricordi e ricordi ancora.
Ricordi?

E quanto potrà dar fastidio ad un rom sentirsi dire di nazionalità probabilmente rumena così apolidi e a volte lo sono anch’io quando mi fermo al confine ma dopotutto non mi sento paralizzato e faccio un piccolo passo in avanti torno indietro e poi ne rifaccio uno un po’ più lungo roba da sfigati ma è tutto così soave e dietro la o di soave c’è tutto un altro amorfo fiume di parole che forse non verrà mai fuori o forse è già scivolato via.

What better place than here,
what better time than now?

(Rage Against The Machine, Guerrilla Radio)

In sostanza non so se ero lì.
Anzi: non so se stavo lì.
Però la prossima volta ci penso io, porto il gatto a nove code!

Take 5, leave 4. Get 3dom in2 1 of ur litt’l worlds.

5.

Dev’esserci qualcosa di cabalistico nella mia preferenza verso il 2.
Perché 2 dev’essere necessariamente il numero perfetto.
Ovviamente facendo seguire a ruota il 4.
Figlia bastarda, nata per partenogenesi,
da un 2+2,
poi da un 2*2,
e poi anche da un 2^2.

E quel quadretto formato da quei quattro era effettivamente perfetto. Era un’armonia costante e imperturbabile. Era una brodaglia di sensazioni esaltanti e di serenità che ho tentato di trascinare e trascinare, con tutte le mie forze, anche quando sapevo che sarebbe evaporata in non più di… non so… 4 mesi.

Perché 2/2 non fa 4.
E non fa neanche 2.
Fa 1.

E sarà forse questo il pensiero che ticchetta costante fra le sinapsi, quando riconosco l’asfalto e l’ultimo granello di sabbia, quando le luci scompaiono nello specchietto in frantumi, quando sento i pedali sotto il palmo dei piedi nudi, quando inganno l’attesa ascoltando De Andre’, quando tento di sprizzare elettricità in un barattolo di vetro, quando vorrei fermarmi e scavalcare di nuovo quel muretto.

Quando ti sforzi di non credere più,
ma dopo qualche minuto il vento,
fortissimo,
picchietta ancora una volta.

4.

Fresca pioggia…
Pioggia? Acquazzone!
Turbine, maremoto, tempesta!
Di cui vorrei sentirmi pregno, una volta ancora.

3.

Passeranno anni, ed anni ancora, e ancora altri, ma ci sarà ancora un cricetino in testa che si ostinerà a far capolino dalla sua tana, lanciarsi di corsa sulla sua ruota preferita, e girare impazzito fino allo stremo delle sue forze.

Passeranno anni, ed anni ancora, e ancora altri, ma continuerò a sorridere anche quando il sorriso tutt’intorno sarà spento e svogliato.

Passeranno anni, ed anni ancora, e ancora altri, ma vorrò ancora tirare ad indovinare il risultato del tuo incessante far scorrere inchiostro in lettere chilometriche, in taccuini presto sgualciti, in bigliettini stropicciati.

2.

Non finirà.

1.

Loneliestnumber.

S/plin.

Dobro.

Giorno lucido spento, caldo e senza sole. Non più notti dal colori blu elettrico e candido-lenzuola, dal sapore di gulaš e pomodori giganti. Non più guanciali che non martellano i dolori cervicali. Non più silenzio e ritmo lento, occhi fissi all’orizzonte dai profili irregolari, cintura di terra rassicurante, e la sensazione di essere in una nuova vita.

Torno a casa e cosa trovo?
Niente.

Solito caos. Soliti motorini che si lanciano contro il rosso come tori moribondi nella corrida. Solita giungla dell’uomo contro l’uomo. E ancora, la solita casa, le solite formichine che strisciano stancamente sul pavimento. E una travarica suicida che sanguina alcol sul pavimento proprio all’inizio del suo show.

Mai come questa volta ho voglia di tornare lì.

Voglio rivedere Duško che risponde contento «Eeeeh, dobar dan!», e voglio vedere se ora che ce ne siamo andati i cechi («Eh, other gosts no gut!») usufruiranno del parcheggio senza sfondare il muretto appena allargato anche per loro. Voglio sorseggiare un’altra Karlovačko. Voglio ascoltare ancora una lingua così diversa dalla nostra ma che accarezza in qualche modo le ciglia. Voglio comprare un’altra travarica lungo il fiume Neretva. Voglio percorrere tutta la strada fino a Sarajevo, con la luce del sole, e senza dover invertire marcia in un punto imprecisato di una Bosnia buia come la morte, e senza immaginare per tutto il ritorno che, se siamo arrivati vivi a Brist, probabilmente siamo stati salvificamente scortati dalla Madonna di Međugorje, insieme a S. Antonio e un congruo stuolo di angioletti. Voglio mangiare ancora quei cavoli strani, i cornetti giganti di Gradac, il risotto al nero di seppia (e che nero!) e i ćevapčići.

E voglio che queste ore scorrano ancora dolci sui capelli da accarezzare e seta da tener stretta fra le braccia. O, chissà, scivolare fra le strade vagabondando eremita verso destinazioni ignote.

Roma, mora amor.

Eh no, cara. Bisogna ammetterlo: sei un’oscura vecchia baldracca. Ti sei fatta sedurre, plagiare, violentare e influenzare da tutti quelli che son passati dalle tue parti. Da più di duemila anni. Inaccettabile.

E poi sei troppo grande. Grande? Che dico. Immensa, piuttosto. Non è possibile dover spendere tre giorni interi per non capire che un’infinitesima parte di te.

«Tutta quella città, non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?»

(Alessandro Baricco, Novecento)

Che poi, per quel poco che si riusciva, alla fine sembrava anche possibile conoscerti in fretta. Addirittura, cominciavi a suonare in qualche modo familiare. Però, sinceramente, potrei viverti soltanto se potessi prima massaggiarti i piedi stanchi con gli olii e poi, soprattutto, soffiarti sopra un velo di farina bianchissima che copra e fissi immobili tutte le macchine, tutti gli autobus, tutti i treni della metrò e tutti i tassì.
Il tempo.
E magari, visto che ci siamo, tutti i camerieri sibillini, più quelli avvinazzati, più quelli che ti schiaffavano due pezzi di pizza che grondano olio [avete presente il ciccione che spreme l’olio della pizza dell’amico fifì sulla sua in E alla fine arriva Polly?] sul piatto della bilancia senza carta né altro, altresì definibile con l’espressione "con la scorza e tutto" [avete presente l’HACCP? Ecco, loro no], e poi ti spingevano a mangiarli sul retro, il che faceva molto scena da bettola newyorkese, con tanto di true-american-people che mangiava zitta zitta e mogia mogia come nei film.

La bettola. Potevo dimenticarmene? Il titolare si mostra così soddisfatto nella sua foto insieme a Lino Banfi. Secondo me sarà stato l’averlo ospitato al suo hotel a dare quella svolta penosa alla sua carriera. Il fu Canà, al gelo della stanzetta, mentre l’acqua scorreva già da 10 minuti senza che diventasse quantomeno tiepida, avrà capito che i b-movie trash non pagavano, e quindi era arrivato il momento di cambiar genere. Se è così: grazie Di Rienzo, la tua pensioncina ha strappato al cinema d’altri tempi un fenomeno d’altri tempi.

E comunque i termosifoni potevi pure accenderli prima che mi raffreddassi.
Infame. E pure mortacci tua.

Però il vino de’ li castelli era proprio buono. E anche tu, che ancora una volta hai insaporito e impepato graziosamente questo quadretto agrodolce, dall’inizio alla fine.

More than words.

Te l’ho detto così tante volte. E te lo ripeterei ancora, ancora e ancora.

Un odore blu produce rumori di tessuto sintetico che striscia contro il cotone candido. Blu oltremare. Blu con un po’ di violetto. Blu pastello. Blu catodico. Blu. Ma è una sensazione strana. Un po’ come andare a 140 Km/h, ed essere una palla che corre nel vuoto, senza attrito, e continua a scorrere per inerzia.

Quando si visita una città dopo un po’ di tempo ognuno cerca di contribuire all’orientamento generale scavando nei ricordi dei punti di riferimento che possano aiutare. Io sbaglio sistematicamente. Oh beh, certo, qualcosa è cambiato, e le abitudini non son più le stesse. Le sensazioni sì. Il solito velo che si odia per la sua ipocrisia e si ama per la sua dolce ingenuità. E non c’è fretta. Già, non c’è mai fretta. Si può aspettare qualche minuto per sentire sciogliersi una crépe in gola mentre delle corde di nylon fanno da coro a delle corde vocali. Non finisce mai questa canzone, ma vale più di un euro e una sigaretta.

Quando si visita una città dopo un po’ di tempo tutto ti sembra al posto giusto, e al momento giusto. Invece il tempo sembra sempre sbagliato. Continua a correr troppo. Più tempo e più tempo ancora.

Ancora.

Stasera si torna a casa.

Ehm… perdonami, ma se Cody dice di non essere australiano… cosa dovrei mai andare a pensare?

Probabilmente che Cody non sia mai stato australiano.

Così, quando Bernie ebbe quest’ennesima rivelazione, prese coraggio e decise cosa fare.

«Questa sera sentirò rubini dissolti nell’ambrosia scendere lungo il mio corpo e risalire lungo la schiena, mentre Virgilio mi accompagnerà nel lungo tragitto che porta al sacro parapendìo.»

«Giunto lì griderò con voce piena uno schwa, o una qualche altra vocale dal timbro indistinto, e sputerò fuori un po’ di tristezza (e la tristezza è rabbia repressa, diceva Freud… non male). Dopodiché mi metterò in bilico sul pozzo e non sentirò altro che odori di umido, eco di campanacci e latrati, e scrosciare di flussi d’acqua che si arrovellano l’uno sull’altro.»

«Quando sarò soddisfatto trascinerò il mio Virgilio più in là e ci nasconderemo in una grotta. E poi un’altra. E un’altra ancora. E infine vorremo leggere le trame del cotone e farsene accarezzare dolcemente. E scoprire forme nuove e più primitive.»

Brucia il tabacco nel cilindro di carta velina.
Una sottile scia di fumo denso vola sinuosamente verso l’alto, separandosi in vortici che si sperdono, alla fine del loro tragitto, nell’aria comune. Cody forse avrebbe voluto poter fermare queste idee nella loro prima essenza, senza scottarsi.

O raccoglierle sotto la campana di una lampada.
O frenarle lungo la condensa sul vetro inclinato del parabrezza.

Tornerò da te.

Milano.

Caotica mamma che accudisce i suoi pargoli fra rassicuranti grattacieli e immensi quartieri tagliati dalla metropolitana e dall’acqua di più fiumi che la attraversarono prima di essere sommersi dal cemento. Tassisti che ogni volta si scoprono Milanesi trapiantati ora da Bisceglie (no, non la zona, la città!), ora dalla Sicilia, ora da Genova… e, qualunque sia il tragitto da fare, fan sempre pagare più o meno 10 euro. Evidentemente mi sfugge qualcosa di questo meccanismo.

Give me a reason to love you,
give a reason to be a woman.

(Portishead, Sheared box)

Intermezzo.

Sul treno un francese ha preso l’Eurostar per una sorta di micro-Hyde Park. Immerso nella lettura e in dissertazioni filosofiche con l’amico Morfeo, decide ad un certo punto di togliersi le scarpe e sventolare i graziosi e olezzosi piedini al fresco del bocchettone dell’aria condizionata.

Non per voler andare a stereotipi, però… beh, si è capito.

Il tuo sorriso mi disgusta.

(Quintorigo, Rospo)

Bologna.

Calma. Chilometri di portici da attraversare rigorosamente sotto la pioggia, tranne quando c’è da improvvisare una cena, rigorosamente alla Coop.

Bologna nera? No way. Bologna rossa. Tutta rossa. In ogni senso.

Apri le mie labbra, aprile, dolcemente.
Aiuta il mio cuore.
Cometa cuci la bocca ai profeti.
Cometa chiudi la bocca e vattene via.
Lascia che sia io a trovare la libertà.

(Area, Cometa rossa, trad. [purtroppo] dal greco)

Calma. Calma. Strade deserte già dalle 22. Giusto il tempo per un gelato o tre bottigliette d’acqua, a volte con sportivi della prima ora indaffarati in discussioni spazianti (e spiazzanti, se mi consentite). Oppure c’è via Zamboni, che a quest’ora è un crocevia in cui s’incontrano le caste. Fighetti, alternativi, punkabbestia, intoccabili, … si incontrano, chiacchierano, si danno appuntamento per vedersi in qualche altro posto. Finalmente gente che ammette l’inutilità di ripararsi dietro un modo di vestire o di atteggiarsi. Senza troppe categorizzazioni, e senza troppo senso di appartenenza (a cosa poi?).

Piccoli acquisti un po’ per tutti al mercato di piazza VIII Aprile (anzi, anzi… la piassòla), e al Parco della Montagnola (anzi, anzi… dela Montagnòla). Tre paia di calze a righe. Model pour femme. E chi se ne frega.

La signora del B&B ci ha consigliato di stare attenti a quelli che noi molto sbrigativamente definiremmo topini (beh, sì, anche se non son dotati della graziosità che il termine ispirerebbe) lungo il tragitto verso via Indipendenza. Alcuni ragazzi di Napoli, altrettanto sbrigativamente, hanno fatto finta di esser grandi esperti di situazioni simili. E per due volte hanno ricevuto le "attenzioni" dei cleptomani. Noi siam rimasti incolumi. Col metodo alla barese. Ebbene sì, Bari-Napoli 1-0 (poco galante, lo ammetto, ma me la dovevo togliere ‘sta soddisfazione).

Tutto il resto son foto, immagini confuse nella mia memoria che un viaggio di ritorno di una decina d’ore non mi aiuta a riorganizzare (e si ringrazia Trenitalia e i freni bruciacchiosi dell’InterCity Plus per la collaborazione), e pensieri che voglio tenere stretto.

Torno agli schiamazzi diurni e notturni e al caos di una città che alla fine mi è mancata, e mi appartiene. Torno alla realtà che voglio veder stravolta al più presto e nel modo più violento possibile.

Non so se ci riuscirò.
In ogni caso buon viaggio anche a voi.