Ritorna in questa testa.

Le superstrade, qui, offrono una metafora intrigante.

A volte capita di non imbroccare l’uscita giusta. Magari c’è uno che sta in mezzo e non fai in tempo a sorpassare né a rallentare. Oppure i cartelli non sono chiari. Oppure, semplicemente, ti sei distratto al momento meno opportuno. Capita.

A volte devi, perché il motore si è rotto, o non hai più benzina, o il guidatore è troppo ubriaco per continuare. O, magari ci sono dei lavori per strada. Però, si sa, quando ci sono dei lavori c’è sempre un’alternativa, se ti perdi son problemi tuoi.

A volte, in realtà, hai sbagliato tutto sin dall’inizio.
Del tipo che non sapevi nemmeno dove volevi andare.

Qualsiasi sia il caso, c’è sempre modo di tornare al punto dove ti sei perso. Mica facile però. Devi macinare chilometri ancora, prendere un’uscita di cui non sai nulla, andare a tentoni seguendo l’istinto, probabilmente ti ritrovandoti a dover ripercorrere gli stessi punti più e più volte fino a trovare la via giusta. Resti incastrato nel traffico, i semafori infinitamente sul rosso, gente nervosa che cerca di venir fuori dalla tua stessa situazione, tempo ed energie spese inutilmente perché in fondo

Non è facile tornare indietro.
La maggior parte delle volte non ci torni più.
Prendi un’altra direzione.
Addirittura un’altra destinazione.

A conti fatti,
il viaggio è
cento
mille
milioni di
desideri
altrui.

Dove mi porterà il tuo?

What a Pálava.

Ti adoro quando riscaldi il corpo e la mente, mi mostri auree invisibili di grazia e armonia, rendi i giorni più splendenti e le notti più intriganti.

Ma ti odio quando mi disarmi e colpisci.
E, all’improvviso, rendi tutto così vano.

Istinto di multitasking.

Così tante cose da fare e così poco tempo.

Quattro esami da preparare.
Decine di film da guardare
Centinaia di libri da leggere.
Migliaia di posti da visitare.

E milioni di modi di godere dell’inverno, approfittando degli ultimi respiri.
E che respiri.

E allora.

Bere idromele caldo, camminando sulla neve, scivolando sul lago ghiacciato, salvarsi ad un pelo dal guardrail, osservare divertito le fanciulle che ostentano gambe snelle a -15°C (trasparenze a 40 denari ovviamente, siam mica pazzi), aspettando con inopinabile stoicismo che la primavera le lasci in top – rigorosamente senza reggiseno – e minigonna – rigorosamente senza mutandine. Che poi, in realtà, tutta quest’attesa è totalmente ingiustificata, le ragazze qui trasudano sensualità ad ogni stagione. E poi, ancora, fare l’amore sotto le coperte, per prolungare il piacere di una doccia caldissima, mentre in sottofondo suona una canzone dolcissima.

When I woke up this morning I said to myself: “Should I laugh? Or should I cry?”.

It’s a little bit strange building castles in the rain, so I made up my mind and said to myself: It’s a beautiful, beautiful, beautiful day today.

Laid Back – Beautiful Day (Trentemøller vs. Banzai radio edit)

Così tante cose da fare e così poco tempo.
Che poi chissà chi la disse ‘sta cosa.

Radúz a Mahulena.

Il problema, al momento, è che ti odio.

Odio i tuoi tentativi di far finta che, in fondo, sia sempre tutto a posto. Che magari poi lo è veramente, visto che non ti frega mai niente di quello che accade. Sei un accrocchio di tante realtà messe insieme alla rinfusa, senza capo né coda, che vanno in direzioni opposte e assai poco prevedibili.

Odio il fatto che sia tutto semplice con te. Un bicchiere di lambrusco e un paio di tigelle bastano a cambiar tutto. In un attimo dimentico di quanto sia irritante la tua presenza. Mi innamoro di nuovo. Mi sento a casa. E poi, il giorno dopo, la magia svanisce ancora una volta.

Odio la tua inettitudine al miglioramento.
Odio ancora di più il fatto che sia questo a renderti così bella.
Odio i tuoi profumi, i tuoi colori, odio le luci del mattino.

Odio tutto questo perché, quando vado via, mi manca.
Odio tutto questo perché, quando torno, mi irrita.
Non posso averti perché non voglio volerti.

Dandakaranya.

Qui l'autunno è autunno, l'inverno è inverno, la primavera è primavera, l'estate non mi appartiene. Le foglie secche non crepitano più sotto i miei passi, ma non fa niente. Sono circondato da colori così meravigliosi che uccidono il cielo grigio con maestria. Sarei un mostro a volerli imprigionare in scatti mediocri.

Qui la sera è sera, la notte è notte, il weekend é uma locura. Sono un eremita con una vita sociale fin troppo intensa. Le serate hanno un rumore di fondo dolce e costante. Le barriere linguistiche ci tutelano da ambiguità e incomprensioni. La parola chiave è una: whatever. E funziona.

Qui il sesso è sesso, l'amore è amore. E sto perdendo così tanto tempo ora. L'unica cosa che voglio, piuttosto, è perdere tempo. Immergermi in te, Sita, e sognare di guardarti negli occhi.

Qui l'Io è loro.
In qualunque modo lo vogliano.

Non ci sono perché sto cercando finalmente di leggere un sacco di libri interessanti, come questo.

Comincia a mettere in discussione l’autorità.

Questo non vuol dire ribellarsi a, rovesciare o ignorare l’autorità. Significa ascoltare cosa la figura/organizzazione autoritaria ti dice e scorgerne le vere motivazioni. Come qualsiasi artista della truffa sa bene, la prima cosa da fare per far sì che qualcuno faccia quello che vuoi è nascondere le vere motivazioni, dando l’impressione che sia per il loro bene. Mettere in discussione l’autorità, quindi, significa nient’altro che chiedersi come la figura o organizzazione autoritaria trarrà beneficio da quello che ti chiedono di fare.

Ci sono tre possibili motivi per cui una figura o organizzazione autoritaria ti chiederà di fare qualcosa:

  • È davvero per il tuo bene.
  • È tutto quello che sanno al momento.
  • È per il loro bene, non per il tuo.

I genitori, per esempio, non dicono certo ai bambini di mangiare verdura perché vogliano torturarli o farli sentire infelici, ma perché seguire una dieta equilibrata è buono per loro, indipendentemente da quanto le rape o gli spinaci possano essere brutti da mangiare. Allo stesso modo, i governi informano i cittadini su come sopravvivere ai disastri naturali o evitare pericoli quando si viaggia all’estero, perché queste informazioni sono davvero finalizzate alla sopravvivenza. I genitori possono avere anche un tornaconto nel volere i propri figli più sani, dal momento che una carota o un sedano costa meno di un hamburger con patatine, ma i motivi economici sono secondari rispetto alla salute dei propri figli. Allo stesso modo, i governi traggono sicuramente beneficio nell’accertarsi che i cittadini che pagano le tasse restino vivi (e paganti), ma questo è secondario rispetto al motivo principale, quello della pubblica sicurezza.

Più spesso di quanto si ammetta, le autorità hanno a cuore il bene comune, ed ecco perché ribellarsi a prescindere contro qualsiasi forma di autorità è controproducente: se per esempio ignorassi il semaforo rosso per protesta contro l’ingerenza dell’autorità, finiresti per fare un incidente d’auto che causerebbe danni a te e agli altri, piuttosto che all’autorità.

Ma ovviamente, le figure o organizzazioni autoritarie non sono sempre così pure di cuore nelle loro intenzioni, e questo è il motivo per cui è importante mettere in discussione l’autorità. Altre volte, semplicemente, le autorità non hanno idea di quello che stanno facendo, e perciò se segui i loro ordini a prescindere sarai tu a pagarne le conseguenze, non loro.

Per esempio, quando il governo statunitense espose i soldati alle esplosioni atomiche negli anni ’50, non avevano certo intenzione di lasciare che i soldati morissero di leucemia dopo alcuni anni. A quel tempo i governi stavano studiando gli effetti dell’atomica sulle forze armate tradizionali, perciò presero le precauzioni che ritenevano necessarie per garantire la sicurezza dei soldati. In questo caso, i governi agirono per pura ignoranza. Tuttavia, il fatto di nascondere in seguito i risultati dei test per evitare di accollarsi la responsabilità di quanto accadde ai soldati fu evidentemente intenzionale e maligno. L’ignoranza può essere scusata solo se accompagnata da un’assunzione di responsabilità, ed è qualcosa che alcune autorità non fanno mai. Dovresti sempre chiederti non solo cos’è che l’autorità ti chiede, ma prima ancora chi è che ha l’autorità per chiedertelo e perché.

Ancor più spaventoso è quando le autorità agiscono puramente a loro beneficio, nel momento in cui finiscono per rubare, torturare o uccidere. […] Le aziende del tabacco possono spendere quanto vogliono in pubblicità anti-fumo, ma continuano pur sempre a fare affari vendendo sigarette. Gli Stati Uniti possono sentirsi giustificati nell’usare la forza militare nel promuovere la democrazia in Iraq, ma stranamente deve ancora mandare i Marines a promuovere la democrazia in Arabia Saudita. I radicali islamici possono portare avanti una lotta contro le dittature pro-Occidente, ma intanto fanno esplodere musulmani innocenti con le loro autobombe. Madre Teresa potrà pur aver fatto qualcosa degna di biasimo, ma nessuno può negare che abbia provato a fare del suo meglio. […]

Troppo spesso le buone azioni nascondono cattivi intenti.
Ecco perché devi sempre mettere in discussione l’autorità.
Se non lo fai, diventi parte del problema.
O, come si direbbe in tribunale, un complice.

(Liberamente tradotto da: Wallace Wong, Steal this computer book 4.0, 2006)

Voda.

I quattro elementi sono tutto quello che ci serve per cominciare. Poi finire sarà più difficile. Ma a questo ci penserà qualcuno, da qualche parte, ad un certo punto. Nel frattempo continueremo a mescolare le carte in tavola, guardare quello che abbiamo combinato con un sorriso, e poi ancora.

Allora oggi l'aria sarà la brezza di Settembre che fa cadere le prime foglie, il fuoco sarà la dannazione eterna per quello che non riusciremo più a vedere, la terra sarà solo un punto infinitamente insignificante su cui ci stendiamo a cercare di comprendere tutto il resto con occhi infinitamente grandi, e infine l'acqua sarà la pace del tutto che scorre e non ritorna.

Le violon frémit comme un cœur qu’on afflige.

Tu sei il bianco e io sono il nero. Tu sei il buio e io sono la luce. Tu sei l'acqua che rinfresca e io sono il fuoco che scalda. La tua esistenza è possibile grazie a me. E la mia grazie a te. Mutualmente ci riconosciamo, soppesiamo, valutiamo, apprezziamo. E infine incartiamo e compriamo. Compriamo le nostre favole e i nostri sogni, li scambiamo, li mescoliamo coi nostri per farne tesoro.

Camminiamo facendo piccoli passi da gigante, allo stesso ritmo. Con lo stesso vigore. Con la stessa stanchezza. Viviamo come due sfere che rotolano lungo lo stesso binario, alla stessa velocità, incontrando gli stessi ostacoli.

Io di ostacolo ne ho uno in più.
Una terra che non voglio,
e che non mi vuole.

E quando vado via,
quando sole torna tra le nuvole,
odio di cuore che mi manchi di cuore.

Musím spát.

Dormire.
E chi dorme?

C'è ancora tanto da fare. Tanto da guardare. Da leggere. Da capire. Arrivi a un certo punto e ti rendi conto che hai dato per scontato che quello che hai sia nato quando solo hai cominciato a viverlo. Ma quello che vivi viveva anche quando non ne conoscevi l'esistenza (sì, alcuni filosofi mi sputerebbero in un occhio per quest'affermazione così avventata… ma tanto son morti, fanculo).

C'è ancora tanto da lottare. Per ottenere qualcosa che, in fondo, non si sa neanche tanto bene cos'è. Un'ambizione, vaga e imprecisa, che non appena si riesce a toccare subito scivola via e ti chiede di correre un po' più in là. Uno sforzo in più, fra le risa frustranti.

C'è ancora tanto da annoiarsi. O divertirsi, ringraziando il cielo di non sentire tutto quello che ero così lontano.

Presto arriverà una carezza.
Quella vera.
E dormirò.

Babelfish.

E mentre voliamo sulle nuvole in corsa, alla loro stessa velocità, respirando ancora pochi bagliori, ci rendiamo conto che, in fondo, sta arrivando quel momento in cui l'adrenalina sta per esaurirsi, l'affanno sta per diventare insopportabile e finalmente ci si chiede dove cazzo siamo andati a finire.

Ebbene sì, abbiamo corso, corso a perdifiato, ad occhi chiusi contro l'attrito.

È un po' come quando si seguono le indicazioni stradali. Se non specificato diversamente, all'incrocio vai dritto. Più o meno funziona sempre. Però arrivi a metà di una strada lunghissima e ti chiedi se per caso hai fatto una cazzata a tirare dritto. Magari forse è il caso di tornare indietro. Ma non si può tornare indietro. E quindi tiri dritto e incroci le dita.

Ecco, noi siamo quelli con le dita consumate. I piedi fanno male, la testa continua ad esplodere e il corpo non ne vuole più sapere di seguirlo nelle sue iniziative strampalate.

E allora domani indosseremo ancora un'altra maschera.