Scotomizzazione.

Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo. Spazio e tempo.
x16.
^16.

Quando ero sulle montagne russe era più bella la salita. L’attesa.
Una volta in discesa, non c’è più gusto.
Non voglio ricominciare.
Non ancora.
Non ora.

Swing is evergreen.

Negli anni ’60, Philco e Ford decisero di commissionare un video pieno di speranza (e di elettrodomestici Philco, ovviamente) dal titolo 1999 AD.

Molte delle novità immaginate dai vegliardi sono, per la verità, alquanto azzeccate. Monitor quasi piatti, circolazione di informazioni in rete, domotica, e-mail e videochiamate, pranzi veloci, data-mining in database centrali che riutilizzano le informazioni in modo semantico e le condividono con terze parti senza ovviamente alcuna considerazione sulla privacy. Non proprio tutto questo è già realtà, ma esiste: la domotica, per esempio, cerca di far capolino nelle abitazioni di tutto il primo mondo da più di 20 anni, con risultati continuamente disastrosi (per fortuna).

La parte più irritante è, decisamente, lo stile di vita che viene prospettato. Il lavoro è quasi inesistente o meramente ricreativo, gli adolescenti giocano a scacchi anziché postare video mentre uccidono un passante con un martello e un cacciavite o si fanno di droghe fatte in casa perché non hanno niente di meglio da fare (sì, ci sono i sottotitoli in Italiano, basta fare clic sul pulsante CC), la biodiversità della natura è non solo preservata ma persino arricchita e valorizzata.

E lo swing. Ah beh, lo swing è sempre lo swing.
Mica la musica dimmerda d’oggidì.

Allora, caro uomo degli anni ’60, ti chiedo: perché hai avuto l’ingenuità di pensare che entro il 1999 l’uomo del futuro avrebbe aggiustato i casini che hai combinato finora? Perché, invece, non ti sei preso la responsabilità di mettere in atto ora un sistema di salvaguardia a favore del pianeta e delle generazioni future? Perché non hai mai confessato la colpa di aver (in combutta con gli uomini degli anni ’70, ’80 e a seguire) continuato a schiavizzare e rovinare le classi più deboli e il pianeta stesso, pensando che in fondo, nonostante le nuove, più potenti, devastanti ed inquinanti tecnologie, ci si potesse ancora comportare come nel Medioevo?

Questo è un processo ancora in corso, badate bene. Le precedenti generazioni affidano la responsabilità di un mondo migliore alle future generazioni, creando aspettative troppo grandi. Le future generazioni fanno del loro meglio per progredire, ma 1) le vecchie generazioni non hanno dato alcuno strumento in loro aiuto e 2) paradossalmente, una parte ostacola il processo, specialmente nel momento in cui viene a ledere i propri interessi personali e richiede sacrifici. Di conseguenza, le nuove generazioni non riescono mai a raggiungere i risultati attesi, diventando un ottimo capro espiatorio per le vecchie, le quali possono finalmente dire che è colpa dei ggiovani se il mondo è una mmerda, e sentirsi così liberati dal senso di colpa che, a loro volta, gli è stato appioppato dalla generazione precedente. E, ça va sans dire, una volta che la nuova generazione non sarà più nuova, scaricherà il barile sulla prossima. E ancora, e ancora.

In una società ideale, i vecchi hanno esperienza e i giovani forza. I vecchi aiutano i giovani a veicolare la loro forza grazie alla loro saggezza, spingendo affinché i giovani accumulino abbastanza esperienza da avere gli strumenti giusti per innovare. I giovani, d’altro canto, ringraziano i vecchi assistendoli nell’ultimo periodo della loro vita. Cosa va storto nel meccanismo reale? Tante cose. Tra queste: la saggezza diventa arroganza, l’incentivo ad innovare diventa un pericolo per lo status quo, la lunga esperienza degli adulti, mal esercitata, li fa tendere ad una piacevole vita routinaria che nulla deve alterare.

Allora: meglio non avere esperienza? Sbagliato. L’esperienza è importante per creare strutture analogiche che permettano di proiettare decisioni via via sempre migliori. Ma l’errore di gran parte delle persone con esperienza è usare queste strutture in modo statico, pavloviano: anche se gli input sono diversi, cercano elementi in comune per poter applicare lo stesso meccanismo mentale e produrre gli stessi output. Questa pigrizia mentale (che si riassume facilmente nello schema Input-????-PROFIT) è un’arrogante reductio ad unum che dovrebbe invece essere sostituita da un continuo sforzo di creazione di nuove strutture, dinamiche e sempre pronte ad essere messe in discussione, come i ggiovani son tanto bravi a fare. Peccato, però, che i ggiovani non sappiano come creare strutture, non avendo esperienza. Ecco l’inghippo, il circolo vizioso.

Come si risolve?

In sintesi:
Vecchi, questa storia de “il futuro è dei giovani” ha rotto i coglioni.
Il futuro è vostro. Fatene buon uso.

Intro – Opening Credits.

A volte mi mancano cose.

Mi manca l’attesa.
Mi manca la scoperta.
Mi manca dover pensare a tutto per non pensare a nulla.
Mi mancano i confronti inaspettati. Con persone inaspettabili.
Mi mancano i Quintorigo. Quando c’era John De Leo.
Mi manca il mare all’alba.
Mi manca bere un bicchiere di vino rosso sul muretto in autunno.
Mi manca fare una foto meravigliosamente inutile.
Mi manca sedermi ad una panchina e non fare altro che guardare il mondo scorrere.
Mi mancano quei concerti da due soldi a cui non volevi andare ma, ehi, valeva la pena.

Un po’ meno, mi manca quel senso di spossante inquietudine a cui non sapevo dare né spiegazione né soluzione. La soluzione, forse, è arrivata. Transeunte. Forse. In fondo è come scivolare lungo un’infinita transizione.

Il titolo.

Ritorna in questa testa.

Le superstrade, qui, offrono una metafora intrigante.

A volte capita di non imbroccare l’uscita giusta. Magari c’è uno che sta in mezzo e non fai in tempo a sorpassare né a rallentare. Oppure i cartelli non sono chiari. Oppure, semplicemente, ti sei distratto al momento meno opportuno. Capita.

A volte devi, perché il motore si è rotto, o non hai più benzina, o il guidatore è troppo ubriaco per continuare. O, magari ci sono dei lavori per strada. Però, si sa, quando ci sono dei lavori c’è sempre un’alternativa, se ti perdi son problemi tuoi.

A volte, in realtà, hai sbagliato tutto sin dall’inizio.
Del tipo che non sapevi nemmeno dove volevi andare.

Qualsiasi sia il caso, c’è sempre modo di tornare al punto dove ti sei perso. Mica facile però. Devi macinare chilometri ancora, prendere un’uscita di cui non sai nulla, andare a tentoni seguendo l’istinto, probabilmente ti ritrovandoti a dover ripercorrere gli stessi punti più e più volte fino a trovare la via giusta. Resti incastrato nel traffico, i semafori infinitamente sul rosso, gente nervosa che cerca di venir fuori dalla tua stessa situazione, tempo ed energie spese inutilmente perché in fondo

Non è facile tornare indietro.
La maggior parte delle volte non ci torni più.
Prendi un’altra direzione.
Addirittura un’altra destinazione.

A conti fatti,
il viaggio è
cento
mille
milioni di
desideri
altrui.

Dove mi porterà il tuo?

Muß es sein?

Fu una notte. Lei. Meravigliosa, splendente di luce propria. Buio intorno. Si muoveva sinuosa nell’acqua, incurante d’ogni cosa attorno. Lui. Immobile, sorride. Uno spettacolo dolcissimo.

Lei lo spiava. Giusto un po’.

L’Oceano non è poi così grande. Quella notte accadde ancora, e ancora. Poi, un giorno, lei si fece coraggio e gli si avvicinò. “Se ti toccherò ti farò male. Più tardi succederà, più male farà”. Be’ ok, se è così importante non toccarla, non lo farò.

Però cresceremo insieme.

Un giorno, per caso, lei gli sfiorò il muso. Non lo fece apposta. Forse sì. Lui nemmeno se ne accorse. Ma quando Medusa ti tocca, ti arriva al cuore. Ti fa desiderare lo stesso. Il giorno dopo di più. Il giorno dopo ancora di più. E ancora.

Alla fine accadde.
Un giorno. Per caso. Un caso più causale.
Non faceva affatto male. Anzi.

Il dolore arrivò dopo.
Al momento dell’addio.

Non è un dolore atroce. È un dolore sopportabile. Ricorrente. Uno di quelli che svaniscono in fretta e in fretta ritornano. Un pugno nello stomaco che ti arriva all’improvviso. Un sogno. Un dettaglio. Un déjà-vu. E boom. Vuoto dentro. Prendi tutto il vino del mondo, tutte le sigarette, il cibo, il sesso, il lavoro. Tutte gocce nell’Oceano. Buio intorno.

Muß es sein? Es muß sein.

Cut loose.

Il mare d’inverno è una piccola, dolcissima vecchia, seduta a ricamare nel mezzo di una spiaggia che sa di indifferenza. Cielo grigio, mare scuro e lento.

“Manca molto?”, le chiedono. Li guarda, con uno sguardo vuoto che li attraversa in tutta la loro evanescenza. Poi china lo sguardo e continua a lavorare. Non una parola.

La verità è che non ha mai visto la neve. La prima, un manto bianco, semplicemente bianco, che copre strade e tetti. Se lo facesse, sospenderebbe qualsiasi attività e rimarrebbe lì, immobile, a contemplare i fiocchi addossarsi a poco a poco.

Horizons.

Tra me e te ci sono due chilometri di distanza. Li percorro a piedi, nel cuore della notte. C’è un silenzio spettrale. Dieci infiniti minuti. Ce ne vorrebbero diecimila per raggiungere le nuvole. Una settimana. Due, per raggiungere la Luna. Ci vorrebbero tre milioni di anni per raggiungere la stessa distanza della Voyager 1. Tu, tuo figlio, tuo nipote, il tuo bis-nipote e altre 33mila generazioni a seguire non basterebbero a colmare la distanza che serve a farti sentire un insignificante puntino nell’infinito.

You see that pale, blue dot? That’s us. Everything that has ever happened in all of human history has happened on that pixel. All the triumphs and all the tragedies, all the wars, all the famines, all the major advances…. It’s our only home.

(Al Gore, An Inconvenient Truth)

Mi basta raggiungerti.

Wooden trichotomies.

Incrocio un cane che segue il suo padrone.
Scavalco con cura il guinzaglio.
"Quale guinzaglio?", mi chiedono.
Quello che non vedi, ma a cui non voglio impigliarmi.

La mia vera fame è di qualcosa che non ha nome né forma. All'occhio discreto brilla di luce propria. O forse di luce riflessa, in fondo sarebbe un'illusione a cui siamo abituati da tempo e non fa più male. Il problema è che, alla fine dei conti, ossia alla fine dell'infinita lista di "perché?" che rende vano e vacuo ogni tentativo di spiegazione, non ha più neanche senso dare una forma esatta all'oggetto della ricerca.

La meravigliosa Guida Galattica per Autostoppisti (di cui ogni motel da film hollywoodiano dovrebbe avere una copia accanto alla Bibbia e all'immancabile pistola) mostra un aspetto fondamentale della vita. No, non che la risposta sia 42, bensì che il senso della vita si spiega con la vita stessa. Questa tautologia, chiaramente, vanifica ogni tentativo di speculazione ulteriore; a meno che non si considerano i due possibili insegnamenti da trarre.

Il primo è che non contiamo un cazzo. Questo, di per sé, è una sorta di dogma che ognuno prende per scontato ma a cui nessuno davvero crede. Perché? Perché siamo abituati all'idea che, dal momento che risultiamo essere gli esseri più senzienti del nostro piccolo pianeta, abbiamo diritto non solo a sentire la Natura come qualcosa di dissociato ed essenzialmente schiavizzabile, ma anche a pretendere una spiegazione della nostra esistenza che possa compiacere bastantemente il nostro status di superiorità. E quindi, in altre parole: non mi frega niente se la formica muore e la sua vita finisce lì o prosegue in base a quanto è stata buona o cattiva finora, ma io devo sentirmi sicuro che la vita non finisca davvero dopo la morte. Pensa se qualcuno venisse da te a dirti che la coscienza è solo una produzione del corpo, e l'anima semplicemente finisce di esistere insieme al suo contenitore. Muori e poi niente, nada, nihil, nic. La tua anima si circonda del buio infinito e incolmabile della tua piccola bara e, ancora peggio, non se ne accorgerà nemmeno perché l'anima non esiste. Pensa se qualcuno venisse da te a dirti tutta questa storia, dicevo. Roba da manicomio.

Il secondo insegnamento da trarre è che la vita ha una natura indiscutibilmente dinamica. Odio le persone che dicono "tu mi vuoi cambiare", "tu non mi accetti per quello che sono", "la mia vita è al suo posto". La vita è fatta di progresso. Interiore o esteriore, diretto o indiretto, cosciente o istintuale, individuale o collettivo, e in qualsiasi altro modo lo voglia intendere. La tendenza a progredire è da sempre un concetto finito, l'idea è quella di progredire fino ad un certo punto ("qual è il tuo obiettivo nella vita?"), dopodiché val la pena di fermarsi. A meno che condizioni esterne non impongano ulteriori cambiamenti, di cui abbiamo estremo bisogno ma ai quali, tuttavia, si guarderebbe con una smorfia di sofferenza. Perché? Perché progredire stanca, è generalmente un sacrificio che può diventare persino insopportabile qualora non se ne veda la fine. Possiamo immaginarla come un'economia di pensiero simile a quella che ci fa immaginare come minuscoli, insignificanti, esseri immortali.

Per questo non riesco ad avere un guinzaglio.
Ci provo, eh, ci provo sempre.
Ma alla fine non riesco.

Andante.

Prendere alla leggera le cose è un concetto ostile.
Si presenta con grande fascino, un po' per la sua disponibilità, un po' per la sua accattivante promessa di una vita più felice, ma soprattutto per la sua gratuità. La gratuità di chi ti assicura un amore incondizionato, ma che in realtà cerca lentamente di aggiogarti.

Prendere alla leggera le cose è ciò che uccide le speranze di una vita felice, lasciandoci in balìa degli eventi che ci cadono addosso, ci muovono, ci conquistano e ci trascinano altrove, lasciandoci in mezzo ad un nulla così pesante che non possiamo far altro che piangerci addosso.

E io odio chi si piange addosso.

Perciò odio prendere le cose alla leggera.

Ἀλήθεια ἔρωτος.

Desiderare ciò che non si può avere. Una condizione prettamente umana, considerato che dopotutto è proprio quello che ci permette di progredire.

Desiderando ciò che non possiamo avere, lo idealizziamo, beatifichiamo, lo mettiamo al centro dei nostri pensieri. E – ecco il punto focale – il desiderio si amplifica, come in un circolo vizioso, quando cominciamo a caricarlo di aspettative. Aspettative che diventano tanto più grandi quanto più l'oggetto del desiderio si mantiene distante nel tempo. 

L'adagio "se tiri troppo la corda si spezza, se la tiri troppo poco non suonerà" si applica in questo contesto in maniera perfetta: se le aspettative sono troppo basse, l'oggetto perderà interesse, se le aspettative sono troppo alte, esaudire il desiderio diverrebbe una tale sfortuna, perché un istante dopo non ci piacerebbe già più. Come essere in bilico sul parapetto, pronto al bungee-jumping, e giusto un secondo dopo esserti lanciato, improvvisamente, voler tornare indietro – non per paura, ma perché ora che hai ottenuto quello che volevi l'impossibilità di tornare indietro in quel preciso istante è un'idea di gran lunga più attraente.

L'oggetto desiderato, quindi, deve sapersi far desiderare con moderazione. Continuare a fomentare il fuoco del desiderio da una parte, tenere viva la speranza che l'impossibile diventi possibile dall'altra. Si tratta di un equilibrio così delicato da richiedere un esercizio costante da parte del desiderato, e abbastanza sangue freddo da affrontare adeguatamente la frustrazione del fallimento da "corda spezzata".

Fino a che punto il gioco dovrà andare avanti? Dipende, ovviamente, dal fatto che l'oggetto desiderato intenda essere realmente raggiungibile o meno. Se sì, dovrà concludersi relativamente presto, altrimenti potrà proseguire ad libitum.

In tutto questo dobbiamo considerare un ulteriore fattore: così come il mondo è fatto da un insieme di singole azioni volontarie e involontarie che si intrecciano in modi complessi e quasi imprevedibili (il caso), così anche i desideri sono persi in ciascuno, e dunque quello che possiamo o non possiamo avere è, in molti casi, dipeso da quello che qualcun altro fa o desidera (il destino). Coscientemente o non, qualsiasi cosa desideriamo (e, di conseguenza, facciamo), qualora realizzato, andrà molto probabilmente a scontrarsi col desiderio di qualcun altro, che diventerà inesaudito. Il che potrebbe lasciare l'altro indifferente o in una profonda frustrazione, dipende essenzialmente dal grado di intensità con cui l'altro desidera la stessa cosa rispetto a noi.

[Sì, in questo caso potremmo anche considerare giusto, in genere, che chi più desidera più meriti, e che addirittura sia giusto che l'altro, invece, ne soffra; ma questo argomento meriterebbe una più ampia discussione.]

In altre parole, quando abbiamo ciò che desideriamo – nel senso che o non abbiamo più desideri o siamo riusciti ad rendere quelli impossibili, infine, possibili – lasciamo che il desiderio faccia posto ad un senso di insoddisfazione. D'altra parte, più desideriamo, più il desiderio diventa pervasivo, spingendoci ad azioni che inevitabilmente scombinano il sistema (equilibrio?) circostante.

In altre parole, ancora: se desidero soffri, se non desidero soffro.

Cosa scegli?

[Caveat: tertium datur.]