La soluzione delle soluzioni è qui.

Bene.

Sappiamo tutti che il peggio nemico del ventunesimo secolo non è l’AIDS, né l’influenza aviaria, né tantomeno questa patetica H1N1. Beh, a pensarci bene, nell’ultimo caso il nemico c’è ed è il vaccino, ma tant’è. Il vero nemico del ventunesimo secolo è autorun.inf.

Nata con Windows 95 per rendere i CD dei videogiochi e altre simili porcherie a prova di idiota, la funzionalità AutoPlay si è rivelata una manna dal cielo quando si è scoperto che si poteva applicare anche alle chiavette USB: ormai il floppy è morto e quasi sepolto, e con lui anche gli allora temutissimi virus che si annidavano nel settore d’avvio (il principio era semplice: inserendo il floppy, il computer doveva leggere per forza il boot sector, e – tac! – ciappa il virus!). Adesso invece i virus si avviano con stratagemmi molto arguti in questi nuovi supporti removibili, sfruttando sia l’utonto che il navigato.

Ora, è ovvio che la soluzione principale per proteggere il proprio computer è – a parte avere un po’ di sale in zucca – disabilitare la funzionalità di AutoPlay, così che il proprio Windows non vada a seguire le istruzioni dettate nel file autorun.inf e, di conseguenza, le chiavette USB infette diventino magicamente portatrici sane di schifezze. Certo, sempre che uno non vada proprio a cercare l’eseguibile col lanternino.

Ma come evitare che la propria chiavetta possa diventare, a sua volta, un crogiuolo di porcate subito dopo averlo messo nel computer del collega?

Si tratta di un trick tanto semplice quanto efficace: creare una cartella autorun.inf.

I presupposti sono tre:

  1. Ad una cartella posso dare qualsiasi nome voglia, figuriamoci se "autorun.inf" darebbe problemi;
  2. Il virus potrebbe sovrascrivere un file, ma non una cartella;
  3. A Windows non gliene frega più di tanto se il file autorun.inf non è un file leggibile.

Come fare?

  1. Inserire la chiavetta USB;
  2. Ok, sarà sicuramente piena di schifezze: scopri come pulirla, perché non è compito di questo memo;
  3. Aprire il Prompt dei comandi (Start, Esegui…, cmd, OK);
  4. Scrivere X: dove X è la lettera corrispondente alla penna USB (sarà F?);
  5. Scrivere mkdir autorun.inf (se non funziona significa che c’è già, tonto!);
  6. Scrivere attrib +s +h +r autorun.inf per renderlo file di sistema, nascosto e di sola lettura;
  7. Fatto!

La prova del nove sarà andare dal collega col computer impestato di minchiate fino al midollo, inserire la penna USB e poi tornare sul proprio computer (dove avrete avuto l’accortezza di disabilitare l’AutoPlay, spero) per vedere se compaiono strani file nascosti. Per scoprirlo basta vederli ordinati per data, usando il comando dir /A /OD dopo il punto 4. Se tutto va bene, anche se ci saranno strani file, la cartella autorun.inf continuerà ad essere un’innocua cartella.

Ovviamente "la soluzione delle soluzioni" è una chimera. Basta che il virus si prodighi di cancellare la cartella autorun.inf e potrà benissimo creare un nuovo file. Ma attualmente è un’eventualità rara, e il punto 6 dovrebbe dare una mano ad evitare che accada.

Mi sento un geek molto old-school, devo ammetterlo.

Estemporanea XIII.

Il 35% dei multiversi è quello delle scelte sbagliate.

Il 60% di quelle mancate.

Il restante 5% è fatto da quel mucchietto di strade, ormai vicine e quasi apparentate, sulle quali si saltella a piè alterni (e a volte anche pari), come nel gioco della campana.

E dovremmo sentirci tutti dei dannati Peter Pan e scorrere come biglie lungo una discesa interminale per poter sopravvivere.

(photo: Wikimedia Commons)

How to fake Windows XP Service Pack 2.

If you use Windows Server 2003 with Service Pack 2 like a workstation (as described in many nice tutorials like this) you can be quite sure that all applications designed for Windows XP could run without problems.

However there is a number of applications which refuse to install as designed for Windows XP with Service Pack 2 or later. A similar problem also exists with application which refuse to install over Winsrv2k3 on a x64 platform, while they would install without any problems on WinXP x64.

You can try to trick out these install programs by using a little utility called Application Verifier by Microsoft. Just download and install the correct version (if unsure, choose ApplicationVerifier.x86.msi).

Once installed, do as follows:

  1. Start Application Verifier;
  2. Go to File then Add Application (or press CTRL+A);
  3. Choose the .exe file that you want to trick (eg. setup.exe);
  4. From the Tests pane on the right, deselect all items;
  5. Expand Compatibility and tick HighVersionLie;
  6. Right-click on HighVersionLie and select Properties;
  7. Put the following values then press OK:
    Setting HighVersionLie on Application Verification

    • Major version: 5
    • Minor version: 1
    • Build number: 2600
    • Service pack major: 2
    • Service pack minor: 1
    • Suite mask: 0
    • Product type: 1
    • CSD version: (leave empty)
  8. Click on Save;
  9. While Application Verifier is still running, start the application.

When the application will call the GetVersion of GetVersionEx API function, it will return the fake values (in this case 5.1.2600 SP2.1, ie. Windows XP Professional SP2).

This works without problems for Adobe Photoshop CS3 setup program, as described in this article. Some other programs may use additional checks, such as AVG Antivirus, and hence they won’t work anyway.

For further details on parameters you could use to fake other Windows versions and/or platforms, please refer to OSVERSIONINFOEX structure on this MSDN article.

Se non ci fossi io, staremmo tutti su Facebook a scrivere le note e taggare gli amici nelle pose più imbarazzanti.

Devo ammetterlo.

C’ho il blocco dello scrittore.

Che poi, parliamone, non che sia chissà che scrittore. Alla fine sì, ovvìa, ci si incontra fra parole al bar a fare una partita di Magic e sfumacchiar spini, come nel libro di Vanni [no, cazzo, non sto scopiazzando, ma che volete se ormai è da un mese che sto leggendo solo quel libro?], eppoi uno decide di fare un gioco tipo Twister, e le parole cominciano ad incrociarsi tra loro, o scombinarsi in modi inconsueti e anche un po’ preoccupanti (tranne le coppiette sbaciucchiose, che – ovviamente – si spostano in blocco… si sa com’è l’ammòre).

E le parole sono lì, mica vanno via, aspettano solo che arrivi il cronista e prenda appunti, scribacchi, rielabori, eccètera eccètera. E le parole, caro amico mio, si son rotte le palle di star lì ad aspettare, e in qualche modo dovranno venir fuori. Non cercare di inventarti qualcosa di originale, fai come hai sempre fatto: scrivi di getto, e vedrai quante parole verranno fuori! [Sì, lo so, sto facendo metascrittura, probabilmente siamo ancora all’inizio… e comunque l’ha fatto pure Calvino, quindi non faccio nulla di male!]

Il problema è quello. Mica non mi vengono le parole. Non mi viene il tempo. E quando il tempo vien fuori, la memoria fa cilecca. Perché, anche se le cose vengon fuori di getto, ci vuole tempo per scriverle, no? Prima di tutto ci vuole questo, un sacco di tempo per scrivere tutto quello che mi vien da scrivere. E io son velocissimo a scrivere. Vent’anni di digita-digita servono, no? Quindi il problema vero è che bisogna smaltire prima di tutto un casino di roba.

Ecco, è questo: un bidone pieno di informazioni che, come dissi una volta [ecco, adesso mi toccherà cercare il link di quel commento infognato in chissà quale post di chissà quanto tempo fa in cui spiegavo già a FrancesGlass questa cosa [ecco, adesso mi toccherà linkare pure "FrancesGlass"] e metterlo al posto di "una volta", per la mia maledetta smania di far sempre le cose precisine], sono come dei piccoli demoni, alcuni semplicemente dispettosi, di quelli che punzecchiano e prudono come le punture di zanzare, altri invece veramente incazzusi e che scalciano come un feto.

Poi ci vuole altro tempo ancora per capire che la maggior parte delle cose che ho appena scritto sono assolutamente inutili in quanto [please choose your option]: pleonastiche, ridondanti, superficiali, non descrittive, non espressive, sgrammaticate, fuorvianti. Eccètera eccètera. Ora, non è che non mi piaccia quello che scrivo. Anzi, a me scrivere "eccètera eccètera" piace pure assai. Ma, dài, uno non è che si può ammorbare a leggere una scriptio continua di puttanate. Il succo è più buono quando è concentrato (temo che mi pentirò di questa metafora) [Capito? Siamo arrivati alle metafore! E intanto i paragrafi crescono in numero spropositato… Però, giustamente, lo stronzo si giustifica con un:] Ma questa bella mondatura oggi non la faremo, miei cari, perché non ho il tempo. Chiaro? Non ho il tempo! Già è un miracolo che sia riuscito a scrivere tutto questo, ringraziate e che vi basti per un mese!

Ma io, diciamolo, non scrivo mica per voi.
Anche perché bisogna vedere chi siete voi.
Ecco, bravi: chi siete? Che volete? Perché siete qui? Apprezzate questo imbroglio di parole? Vi è piaciuta la foto da cappellone sgualcito? Volete cercare di estrapolare un po’ di cazzi miei? Se dovessi scrivere per tutti voi per accontentarvi impazzirei. Alla fine si tratta semplicemente di giocare le parole e le emozioni, così che voi siate contenti di leggere qualcosa di piacevole, e io mi senta soddisfatto di aver svuotato un po’ ‘sta discoteca di parole tunzettare che continua a rimbombarmi in testa.

Eppoi, signori:
la conclusione!

La conclusione che non può arrivare, perché se davvero arrivassi ad una conclusione scrivere non avrebbe già più un senso.

La conclusione di un discorso è già di per sé l’apertura di un altro.
E così via, fino alla morte.

E su questo forse non ci si può far nulla, a meno che uno non decida intenzional

Estemporanea XII.

1. Initial set-up.

Studio. Lavoro. Lavoro. Lavoro. Studio. Studio. Ma cos’è sto casino? Lavoro. Suono. Lavoro. Cinema. Studio. Lavoro. Studio. Studio. Ma ‘sta Gelmini da ‘ndo cazzo è uscita? Lavoro. Lavoro. Kebabbino. Studio. Lavoro. Studio. Lavoro. Assemblea. Studio. Lavoro. Vita sociale. Studio. Lavoro. Suono. Studio. Lavoro. E mi chiedo come possa ancora far piacere mantenere retaggi anni ’70 delle guerriglie urbane tra fascisti e comunisti. Diosanto che coglioni.

2. Controlled stream of consciousness.

Ma soprattutto mi chiedo continuamente qual è il senso di questa protesta, se lo Stato è nostro perché lo siamo noi, non di certo di un qualsivoglia psiconano o un qualsivoglia partito, e abbiamo tutto il diritto di esercitare democrazia diretta ogni volta che ce n’è bisogno.

Invece no, siamo tutti timorosi anziché essere facinorosi, siamo tutti un branco di automi imbelli che si sono fatti accocchiare insieme senza mai essersi cagati manco di pezza da un manipolo di assetati di potere che, giusto per formalità, hanno mandato in gloria un migliaio di pezzenti che a malapena sapevano perché erano a Quarto.

3. Convallaria.

Resistenza. Ci vuole resistenza. Alla storia (per gli altri) e al tempo (per me). Per quanto riguarda me, riesco a ritagliare piccoli piacevoli momenti in cui riesco a godere di piccoli piacevoli piaceri. Un nuovo lettone in cui affondare. Svegliarmi al mattino insinuandomi tra i serpenti di Medusa, e lasciare che i suoi grandi occhi mi pietrifichino. Una cioccolata calda, o latte bollente in cui sciogliere il miele. Un bicchiere di Porto. Una pannocchia imburrata. Il libro di sarmizegetusa che mi fa venire una voglia matta di recuperare quello che ho perso della mia adolescenza. Cincischiare sotto la doccia calda. Poggiare i piedi nudi sopra un tappetone morbido. Ritrovare in una vecchia scatola le scarpe che ho sempre adorato.

E qualcos’altro giù di lì.

We’re all living in Amerika, Amerika ist wunderbar.

Allora.

[Warning: link bombing follows.]

Il BloggerTour è in realtà finito da un bel po’ di giorni, e credo che sia arrivato il momento di degnarmi di fare un qualche messaggino di commiato.

Che poi non è che ci sia chissà che da dire. Tutto documentato. Mi limiterò a mandare più che altro un bacione e un grazie a tutti quelli che hanno partecipato. Mi son divertito, devo ammetterlo. Ho iniziato conoscendo la caraFrancesGlass, passando per la buona Debugghina e, grande abbuffata in pochi giorni, pure il fantastico Ipse.

Ma sono ancora più contento di aver scoperto, dopo aver sbevacchiato insieme a Shady durante il CreativeCamp, che la suddetta aveva preso a cuore la storia girovagando tra Lecce, Bari e Roma, mietendo conoscenze come quella della Subdola (aka guidaglitter), nonché di #9, e fooorzaaa.

Senza considerare che è stato proprio grazie a questa iniziativa se alcune menti malvagie, tra un caffè e una stecca di sigarette, hanno deciso di partorire quel bieco concorso chiamato Y-Awards.

Insomma, in realtà mancherebbe un po’ di gente e un classico megaraduno finale con tanto di gara di rutto libero e prova di equilibrio post-sbronza, ma le mie grasse chiappe pigre non potevano darmi di più, perciò mi accontento.

In ogni caso il caro Dorian ha suggerito un’opzione interessante, che si può ben riassumere nell’espressione: “ecchettenefotte?”, indipercui butto lì una tappa extra.

Il 28 settembre andrò a scoprire cos’è questa cittadina chiamata Valdagno (VI), ad un tiro di schioppo da Schio, Marano Vicentino ed altri posti a me totalmente ignoti, con la scusa di presenziare alle 17 alla premiazione per un concorso letterario indetto dall’associazione Agorapolis. Se capiterete per caso (anche se, più che una coincidenza, dovrebbe essere una vera botta di culo), presentatevi pure. Tanto non mordo mica. Più che altro bevo volentieri un bicchiere di vino offerto da voi, che in cambio dedicherò brindando alla vostra salute.

[Lo ammetto, non ho perso l’indole punkabbestia scroccona.]

Estemporanea XI.

La cosa che mi da’ più fastidio degli oggetti inanimati è il loro essere totalmente rassegnati alla distruzione. Non muoiono, certo, ma perdono la loro forma in sempre più piccoli frantumi, finché la loro struttura originaria si perde irrimediabilmente ed è come se non esistessero più.

Eppure sappiamo tutti che sono fatti di materia viva, animata.
Atomi che si infervorano, un potenziale enorme di energia ferma lì, immobile.

A volte mi viene da pensare che forse questi oggetti inanimati in realtà un’anima ce l’abbiano, ma semplicemente non sappiano come farcelo sapere, come comunicare.

Il che è ancor più fastidioso.

Voglio dire, è come quando vedi una mosca, magari si è innamorata di te, ed è per questo che ti gironzola intorno da mezz’ora. E tu invece, sciaff!, le dai un ceffone letale sulla collottola. Perché c’è una piccola incomprensione, dal tuo punto di vista quella mosca sta ronzando ad alta voce il suo desiderio di essere spiaccicata.

Oppure, in realtà, sono così abituati al mondo che gli si muove intorno (e dentro) da non accorgersi di nulla: non distinguono il pericolo, il dolore, l’attenzione, la solitudine, l’autocoscienza.

Oppure, ancora, sono così incanalate nei sistemi crudeli di Madre Natura da rendersi conto che la loro vita o la loro morte è personalmente indifferente e socialmente utile. E in questo caso sarebbero proprio da invidiare. Voglio dire, magari ci rassegnassimo anche noi così bene all’idea del nulla post-mortem.

Comunque.

Oggi sei una cozza al mercato ittico.
Sei caduta dalla cassa che faceva viaggiare la tua inutilità insieme ad altre simili.

Ovviamente non lo sai, ma potresti essere anche contenta di esser sfuggita alla solita sorte. Cotta, condita con un po’ di pepe, olio e limone, poi succhiata, ingerita, digerita, espulsa insieme ad altri escrementi. La fine di una cozza qualsiasi, insomma.

E invece no, la tua inutilità ti porta a restar lì, ignara. La tua scorza resiste incredibilmente al bimbo di 3 anni che ti cammina sopra per caso, e persino a quello di 5 che ti calpesta intenzionalmente perché ‘sta cosa nera non sa manco cos’è, la mamma prende solo meloncini dolci e non condivide questi gusti marinari di bassa lega.

Poi il camion che ti ha rubata al mare e ti ha portata fin qui fa una manovra.

Una manovra disattenta, non c’è che dire.

Ma la tua deliziosa forma nera diventa un misto spiaccicato e informe.
E non avrai neanche la soddisfazione di sentirti dire stasera “mo’, so’ bbune ‘sti cozze!”.
Fine di una cozza qualsiasi, insomma.

Estemporanea X (suono di campane a morto).

Perché ciascuna di queste fottutissime esistenze è transeunte.
Ed è questo a farmi ridere di gusto.

Rido dell’importanza che date a tutti questi accorgimenti,
per garantirvi la serenità della vostra ipocrisia,
per assicurarvi una famiglia, un microcosmo solidissimo,
che si sconvolge sfaldandosi, si rivolta contro piroettando,
si rimodella, si vendica, si distorce.
Si contorce.

Si contorcono budella d’oro bianco,
e a questo punto resta solo rifugiarvi
nella terra brulla della vostra contraddizione.

E nel vostro triplo gioco farete, infine,
un ultimo inutile triplo salto mortale;
un estremo tentativo,
che rovinerà in un capitombolo,
finendo per capitolare.

Io, invece, sarò lì,
a ridere di voi laggiù.

Mi spiace.