Estemporanea XIX (come Il Secolo, però più cazzaro).

Mentre l’Unabomber italiano era una sega – che pure, dato il nome, aveva guadagnato un’immeritata fama internazionale, tanto che i più maliziosi presero a chiamarlo affettuosamente Monabomber – Ted Kaczynski aveva invece le idee molto chiare sul suo gesto.

Che poi, in fondo, un po’ mona lo è stato anche lui, visto che è stato proprio dopo la pubblicazione del suo manifesto (La Società Industriale e il Suo Futuro, di cui temo troverete solo qualche traduzione malridotta) che qualcuno notò una certa somiglianza con le manfrine che andava farneticando il fratello ed ebbe la simpatica decisione di farlo sgamare. Ma ci piace pensare che, in fondo, Unabomber l’avesse fatto apposta. Alla fine una buona reputazione da terrorista anarco-primitivista-insurrezionalista è decisamente più figa di quella da asistematico sfigatone pre-11-settembre.

Ora: Kaczynski si può considerare parte di questo fantomatico movimento chiamato neo-luddismo, il che già di per sé dovrebbe essere motivo di dileggio, non fosse che le sue affermazioni sono in realtà corroborate da tempo da una serie di articoli, documentari, film (Terminator, The Matrix, e uno strafottio di altri) e altri materiali che trattano della cosiddetta singolarità tecnologica, con pareri tanto contrastanti quanto in fondo accomunati da un leitmotiv recita più o meno così: “non sappiamo cosa succederà quando le macchine saranno più intelligenti di noi, ma per ora meglio cagarsi un po’ sotto, con modestia e discrezione”.

La verità è che noi siamo già in un mondo dipendente dalle macchine. Mi piace guardare film post-apocalittici e scoprire come la gente immagina il disastro. Nessuno lo immagina davvero, altrimenti penso che staremmo tutti ad imparare a guidare l’aratro piuttosto che l’automobile.

E questo, manco a farlo apposta, lo diceva già il bombarolo:

Un avanzamento tecnologico, per quanto a prima vista non sembri minacciare alcuna libertà, finisce per farlo in misura maggiore più in là nel tempo. Per esempio, considerate il trasporto motorizzato. Prima di esso, la persona che si muoveva a piedi poteva andare ovunque volesse, a passo lento o veloce, senza dover badare a regole stradali e divieti, e senza la necessità di sistemi di supporto tecnologici. L’introduzione dei veicoli a motore sembrava venire in aiuto alle libertà dell’uomo. Di fatto, nessuna libertà è mai stata tolta, né nessuno è obbligato a comprare un’auto se non vuole; semplicemente, chi compra una macchina può viaggiare più velocemente di chi va a piedi. Tuttavia, l’introduzione del trasporto motorizzato ha in realtà cambiato la società in un modo tale da limitare enormemente la libertà di locomozione degli uomini. Quando le automobili sono diventate numerose, è diventato necessario regolare il loro uso estensivamente. Andando in auto, specialmente in aree ad alta densità, non si può andare ovunque si voglia e al passo che si preferisce, perché entrambe le cose sono regolate dal flusso del traffico e dal codice stradale. Senza contare i limiti e gli obblighi come i requisiti per prendere la patente, gli esami di guida, il rinnovo, l’assicurazione, la manutenzione per la propria sicurezza, e i pagamenti mensili. Sin dall’introdzione del trasporto motorizzato, l’organizzazione stessa delle nostre città è cambiata in modo tale che molte persone non possono vivere più a poca distanza dal luogo di lavoro, centri commerciali e opportunità ricreative, e quindi devono dipendere dall’automobile – o in alternativa usare il trasporto pubblico, che però fornisce ancor meno controllo dei propri movimenti rispetto all’auto. In più, persino la libertà di chi va a piedi diminuisce: in città è costretto a fermarsi ad ogni rosso del semaforo, strumento progettato principalmente in funzione del traffico automobilistico; fuori dalle città, il traffico dei veicoli a motore rende pericoloso e spiacevole l’andare a piedi lungo le superstrade.

Ovviamente Kaczynski non parla solo di automobili, altrimenti du’ palle. In linea generale, questo documento è uno di quelli che forse sarebbe interessante leggere fino in fondo, ma che in realtà dopo un minuto già lasci perdere, in preda a sbadigli e una noia così mortale che neanche il miglior film porno asiatico potrebbe compensare.

Però c’è un motivo per cui leggeresti questo manifesto piuttosto che uno tra le migliaia di altri manifesti, articoli, libri e film che hanno già detto e ridetto la stessa cosa. Questo è il manifesto dell’Unabomber. Questo è il motivo per cui quest’uomo ha fatto scoppiare bombe qua e là per decenni senza farsi trovare. Odiava il mondo, ed è riuscito a diventare famoso abbastanza da spiegarne il perché. E, insomma, ha chiaramente funzionato, considerato che il manifesto fu pubblicato da più quotidiani (e per un pelo persino da Penthouse), nonostante fosse lungo da morire. Quand’è stata l’ultima volta che avete visto un documento da 30 pagine su un giornale?

Una buona edizione del manifesto, in lingua originale e con simpatiche note a margine, è disponibile a questo indirizzo: http://xahlee.org/p/um/um.html. Dategli un’occhiata, tanto per gradire.

Estemporanea XVIII.

Da quando sono lontano ho una persona con cui amo discorrere di attualità, società e politica, perché è il metro che mi permette di conoscere il pensiero del popolino.

Il popolino, ieri, mi ha fatto incazzare.

Celentano è uno dei pochi artisti italiani baciati dalla tanto fortunata quanto rara combinazione di larga audience e voglia di contribuire alla società con l’arte. Pochi altri sono stati capaci di fare altrettanto, a memoria citerei l’immenso Pasolini, De Andre’, Benigni, Villaggio, Gaber, persino Arbore, ma anche altri (no, Guccini è palloso e De Gregori è incomprensibile ai più).

Io sono dell’opinione che Celentano sia in realtà un gran saggio, saggio come davvero poche persone in TV. Sa che la politica, la polemica, la religione, la speculazione e la discriminazione dovrebbero essere attività prosaiche ed effimere, e che così sarebbe davvero, se non ci fosse così tanta acquiescenza nel considerarle attività critiche per la nostra esistenza. E così alla politica contrappone la coscienza civile, alla religione la spiritualità, alla speculazione l’invito all’azione, alla discriminazione l’armonia.

Il problema di Celentano è, più che altro, non capire che le critiche non devono cristalizzare il pensiero, ma farlo evolvere, per portarlo ad un livello successivo. Anche a costo di sembrare incoerente nel tempo, considerando che nessun’idea è vera di per sé, nessuna idea è giusta, lo è solo per quella frazione di tempo che basta a raggiungere uno scopo.

Allora, ecco quello che mi fa incazzare del popolino, degli ignoranti, degli sciampisti, dei ragazzini che leggono Topolino e il blog di Beppe Grillo e pensano di essere arrivati alla verità assoluta, dei padani, dei cattolici pseudo-praticanti. Criticano. Criticano senza capire il lungo lavoro che quest’uomo ha fatto per emendarsi dall’acquiescenza e fare il passo in più. Quest’uomo si è sentito tradito dalla destra, dalla sinistra, dalla politica, dalla religione, dalla società, e ha cercato risposte altrove. Quello che dice è il risultato di un sostanziale lungo eremitaggio. Non è verità assoluta, ma non può essere criticata a prescindere.

In altre parole, ridurre un discorso talmente strutturato ad una polemica sulla sua proposta (provocatoria, ça va sans dire) di chiudere Famiglia Cristiana e l’Avvenire, è semplicemente strumentale da parte di chi l’ha messa in scena, e completamente idiota da parte di chi l’ha seguita e l’ha sostenuta.

E basta, ora torno ad essere felice di essere via.

Estemporanea XVII: Attenzione, solita lagna anti-berlusconiana a seguire.

La cosa che mi sembra più avvilente è che, quando l'Era Berlusconi sarà finita, quest'uomo sarà ricordato. A lungo, forse addirittura per sempre.

L'America lo liquiderà come una marionetta. Il resto del mondo come un giullare. L'Italia come un Anticristo, ma che in fondo è uno di noi. Io lo ricorderò come il più furbo dei furbi, un Italiano per antonomasia, un dittatore illuminato che ha saputo mettere sotto scacco le ultime tre generazioni, accreditandosi il benestare dei più potenti per farsi perdonare qualsiasi marachella, e anestetizzando le masse perché ne ignorino l'effetto distruttivo.

Quando Berlusconi se ne andrà, lascerà un sistema di acquiescenza dal quale molto probabilmente sarà difficile guarire. Un sistema che preferirà continuare ad aderire al paradigma televisivo, che a sua volta continuerà a seppellire i fatti sotto una caterva di fatterelli, affinché tutti abbiano la sensazione precisa che i problemi ci siano ma siano troppo lontani perché richiedano davvero una soluzione. Un sistema che desidererà il cambiamento, ma continuerà ad aspettare che sia qualcun altro a farlo. Un sistema che neanche le nuove tecnologie sono state in grado di scardinare davvero, né lo farà.

Estemporanea XVI: Strč prst skrz krk.

L’unica cosa che ho capito con ragionevole certezza di questi giorni è che gli spagnoli in gita ritengono che dentro le macchinette della stazione di Bratislava ci sia un tizio che lecca le monete da 0,50 euro per assicurarsi che non siano, in realtà, 10 corone ceche. Il che, detto tra noi, è una cosa veramente triste. Perché lo sanno tutti che, a parte il colore ramato che ricorda i famosi ramini, ossia quelle disgustose monetine da 1, 2 e 5 centesimi, che chiunque evita di tenere in tasca per non contrarre orribili malattie sessualmente trasmissibili, e che una volta ho provato ad inserire in un bicchiere di coca-cola per due giorni, sebbene non abbia sortito l’effetto desiderato, a parte il rischio di far soffocare e/o intossicare gravemente qualunque sprovveduto intrigato da questo liquido scuro e frizzante in un’invitante bicchiere di plastica, il valore di queste due monete è pressoché identico.

E comunque qui si arriva alla fine del mese.
Male che vada si arrotonda vendendo neve fresca per strada.

Estemporanea XIII.

Il 35% dei multiversi è quello delle scelte sbagliate.

Il 60% di quelle mancate.

Il restante 5% è fatto da quel mucchietto di strade, ormai vicine e quasi apparentate, sulle quali si saltella a piè alterni (e a volte anche pari), come nel gioco della campana.

E dovremmo sentirci tutti dei dannati Peter Pan e scorrere come biglie lungo una discesa interminale per poter sopravvivere.

(photo: Wikimedia Commons)

Estemporanea XII.

1. Initial set-up.

Studio. Lavoro. Lavoro. Lavoro. Studio. Studio. Ma cos’è sto casino? Lavoro. Suono. Lavoro. Cinema. Studio. Lavoro. Studio. Studio. Ma ‘sta Gelmini da ‘ndo cazzo è uscita? Lavoro. Lavoro. Kebabbino. Studio. Lavoro. Studio. Lavoro. Assemblea. Studio. Lavoro. Vita sociale. Studio. Lavoro. Suono. Studio. Lavoro. E mi chiedo come possa ancora far piacere mantenere retaggi anni ’70 delle guerriglie urbane tra fascisti e comunisti. Diosanto che coglioni.

2. Controlled stream of consciousness.

Ma soprattutto mi chiedo continuamente qual è il senso di questa protesta, se lo Stato è nostro perché lo siamo noi, non di certo di un qualsivoglia psiconano o un qualsivoglia partito, e abbiamo tutto il diritto di esercitare democrazia diretta ogni volta che ce n’è bisogno.

Invece no, siamo tutti timorosi anziché essere facinorosi, siamo tutti un branco di automi imbelli che si sono fatti accocchiare insieme senza mai essersi cagati manco di pezza da un manipolo di assetati di potere che, giusto per formalità, hanno mandato in gloria un migliaio di pezzenti che a malapena sapevano perché erano a Quarto.

3. Convallaria.

Resistenza. Ci vuole resistenza. Alla storia (per gli altri) e al tempo (per me). Per quanto riguarda me, riesco a ritagliare piccoli piacevoli momenti in cui riesco a godere di piccoli piacevoli piaceri. Un nuovo lettone in cui affondare. Svegliarmi al mattino insinuandomi tra i serpenti di Medusa, e lasciare che i suoi grandi occhi mi pietrifichino. Una cioccolata calda, o latte bollente in cui sciogliere il miele. Un bicchiere di Porto. Una pannocchia imburrata. Il libro di sarmizegetusa che mi fa venire una voglia matta di recuperare quello che ho perso della mia adolescenza. Cincischiare sotto la doccia calda. Poggiare i piedi nudi sopra un tappetone morbido. Ritrovare in una vecchia scatola le scarpe che ho sempre adorato.

E qualcos’altro giù di lì.

Estemporanea XI.

La cosa che mi da’ più fastidio degli oggetti inanimati è il loro essere totalmente rassegnati alla distruzione. Non muoiono, certo, ma perdono la loro forma in sempre più piccoli frantumi, finché la loro struttura originaria si perde irrimediabilmente ed è come se non esistessero più.

Eppure sappiamo tutti che sono fatti di materia viva, animata.
Atomi che si infervorano, un potenziale enorme di energia ferma lì, immobile.

A volte mi viene da pensare che forse questi oggetti inanimati in realtà un’anima ce l’abbiano, ma semplicemente non sappiano come farcelo sapere, come comunicare.

Il che è ancor più fastidioso.

Voglio dire, è come quando vedi una mosca, magari si è innamorata di te, ed è per questo che ti gironzola intorno da mezz’ora. E tu invece, sciaff!, le dai un ceffone letale sulla collottola. Perché c’è una piccola incomprensione, dal tuo punto di vista quella mosca sta ronzando ad alta voce il suo desiderio di essere spiaccicata.

Oppure, in realtà, sono così abituati al mondo che gli si muove intorno (e dentro) da non accorgersi di nulla: non distinguono il pericolo, il dolore, l’attenzione, la solitudine, l’autocoscienza.

Oppure, ancora, sono così incanalate nei sistemi crudeli di Madre Natura da rendersi conto che la loro vita o la loro morte è personalmente indifferente e socialmente utile. E in questo caso sarebbero proprio da invidiare. Voglio dire, magari ci rassegnassimo anche noi così bene all’idea del nulla post-mortem.

Comunque.

Oggi sei una cozza al mercato ittico.
Sei caduta dalla cassa che faceva viaggiare la tua inutilità insieme ad altre simili.

Ovviamente non lo sai, ma potresti essere anche contenta di esser sfuggita alla solita sorte. Cotta, condita con un po’ di pepe, olio e limone, poi succhiata, ingerita, digerita, espulsa insieme ad altri escrementi. La fine di una cozza qualsiasi, insomma.

E invece no, la tua inutilità ti porta a restar lì, ignara. La tua scorza resiste incredibilmente al bimbo di 3 anni che ti cammina sopra per caso, e persino a quello di 5 che ti calpesta intenzionalmente perché ‘sta cosa nera non sa manco cos’è, la mamma prende solo meloncini dolci e non condivide questi gusti marinari di bassa lega.

Poi il camion che ti ha rubata al mare e ti ha portata fin qui fa una manovra.

Una manovra disattenta, non c’è che dire.

Ma la tua deliziosa forma nera diventa un misto spiaccicato e informe.
E non avrai neanche la soddisfazione di sentirti dire stasera “mo’, so’ bbune ‘sti cozze!”.
Fine di una cozza qualsiasi, insomma.

Estemporanea X (suono di campane a morto).

Perché ciascuna di queste fottutissime esistenze è transeunte.
Ed è questo a farmi ridere di gusto.

Rido dell’importanza che date a tutti questi accorgimenti,
per garantirvi la serenità della vostra ipocrisia,
per assicurarvi una famiglia, un microcosmo solidissimo,
che si sconvolge sfaldandosi, si rivolta contro piroettando,
si rimodella, si vendica, si distorce.
Si contorce.

Si contorcono budella d’oro bianco,
e a questo punto resta solo rifugiarvi
nella terra brulla della vostra contraddizione.

E nel vostro triplo gioco farete, infine,
un ultimo inutile triplo salto mortale;
un estremo tentativo,
che rovinerà in un capitombolo,
finendo per capitolare.

Io, invece, sarò lì,
a ridere di voi laggiù.

Mi spiace.